adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Estate

Goccio sudore: / ronza l’afa di giugno/ prima del tuono.

Drop sweat:/ buzz afa of june/ before the thunder.

 

Ti aspetto ancora:/ insieme alla risaia/ della pianura.

I still wait for you:/ together with the rice field/ of the plain.

 

Perché – mi chiedo-/ cerchi di dare un senso/ a tutto quanto?

Why- I wonder-/ you try to make sense/ of everything?

 

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Oltre la notte

Il nuovo giorno

inizia dietro i tetti

oltre una fredda notte

fuori tempo.

Percorro con la

mente l’anno buio

mentre osservo

il chiarore

laggiù in fondo.

Per salutare te

volto le spalle

alla finestra chiusa

che se aperta

porta con sé

l’aroma delle spezie:

c’è un ristorante indiano,

ora, qua sotto.

Resto però affacciata

a un altro vetro,

sì, quello che sigilla

il volto noto.

Il caffè sedimenta

l’illusione,

comprime ogni progetto,

sentimento.

Manca

la tua risposta

fantasiosa

l’italiano imperfetto

il volo atteso.

Faccio dunque

ritorno alla

finestra.

Pausa

-come in teatro-

poi spalanco.

Voglio ascoltare

-oggi-

questo cielo

dall’alfabeto antico

misterioso

questa lingua di pace

e di coltelli

lanciati tra i profili

dei camini.

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Tutto si rompe

Tutto si rompe, tutto si frantuma,

ma non vogliamo abbandonare casa.

Dorme la bimba in angoli remoti,

secca la pianta, eppure anche allagata.

Cammino piano per non far crollare

muri inclinati, spazi d’arte antica.

Entra chi vuole ora sia abbattuta

la stanza, la speranza, la visione

di un’interezza non più condivisa.

Io m’accompagno a un uomo sconosciuto,

l’amo perché m’innesca la risata

e ridendo son salva, non perduta.

Vola manina, pappo del mio pioppo,

fatti arricciato pampino d’arbusto;

seppure un giorno tutto ha a scomparire

forse resta una virgola d’amore.

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Acquerello di mare

Acquerello è la prima voce del libro “Parole Presenti”, pubblicato da Le Mezzelane Casa Editrice.

Quattro riproduzioni di acquerelli sono contenuti nella mia silloge “Per quattro regni (almeno)”.

Non lo scrivo per farmene un vanto o per nutrire l’ego; l’acquerello rappresenta per me uno dei più efficaci medicamenti contro il male di vivere; è risorsa, cura, carezza. Certo, se quassù ho citato le mie opere è perché domani mi piacerebbe avere anche solo un lettore in più. Chi pubblica desidera anzitutto condividere (non certo ricavare danaro, specie se l’editore è piccolo e ha scarsa visibilità). Ma torniamo all’immagine di oggi.

Questo acquerello è un ricordo di mare, di giorni piovigginosi da poco trascorsi in un luogo a me caro. Si è fatto da sé, anche se in partenza non volevo raffigurare nulla e giocare solo coi colori : il pennello ha tracciato l’azzurro, le linee dei sassi levigati, dei piccoli pesci, delle piante che popolano il fondale. Sopra la linea acquatica, nell’aria, erano intensi i profumi del pitosforo in fiore a fine aprile e delle giovani foglie di eucalipto. L’odore salmastro è quello che però mi è rimasto più a lungo addosso, insieme a quello dei colori in pasticca, ormai macchiati, scavati, frantumati. In città tutto svapora in fretta, altri odori e pensieri prendono il sopravvento. La vita, comunque, la vita scorre. Ovunque. Domani arriva maggio.

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Disseti acqua d’ibisco

Disseti acqua d’ibisco del mio aprile,

zenzero profumato di memoria,

quando mi camuffavo di sipario,

coglievo le insipienze dell’acerbo,

risa, mani intrecciate a custodire

il dono di un’incauta giovinezza.

Tenda di pioggia, tetto che traballa

contro il paletto della maldicenza

e se amore sbocciava di mattino

al tramonto faceva il sangue amaro.

A te ritorno, fonte d’abbandono,

per ristorarmi, al rosso sulle gote,

al sottrarmi per darmi, a mute attese,

quand’anche ormai già fossero parlate.

Non farò ammenda per i torti antichi,

serbano infatti ancora troppa vita;

sono a chiamare i butti in divenire,

a scortecciare inverni, in pieno sole.

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Lana dei pioppi-

gomitolo smarrito,

le tue parole.

 

Semina neve aprile

e spariglia stagioni.

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Milanesi per sempre

Il 4 aprile alle 19, 30 presso la libreria TROVALIBRI, viale Montenero 73, Milano, verrà presentata l’antologia Milanesi per sempre. Tra i racconti, ce n’è anche uno mio.

Vi aspetto!

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Per l’idrosfera

Darsena in secca:

reperti di bevute,

fango di attese.

Che ne sarà dei pesci,

di sommerse parole

che insieme all’acque

vanno svaporando,

senz’assurgere mai a significato.

Che ne sarà di frantumate storie,

falene tutte, consumate scorie.

Per sempre non vivremo – dato certo –

ma finora è rinata la natura;

prego perché alla darsena in scoperto

un cielo capovolto giochi ancora.

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Ghirlanda (parte prima)

I

Tempo perduto ed ombre da cercare,

immateriali e vane sotto il vetro

della memoria spastica, il cui metro

s’allunga a dismisura per trovare;

 

tempo futuro tutto da scontare,

che remeando gli anni guarda indietro

nel sogno di corregger ciò che tetro

avvolge in sue catene e cielo e mare;

 

tempo presente opaco e fuggitivo

che in tua puntuale essenza non esisti

e solo nel deludere sei vivo;

 

tempo non tempo di beati e tristi

che dell’umano hanno varcato il rivo,

esisti, o tempo? O tempo mio, resisti.

 

(Michele Mari. Dalla Cripta. Einaudi)

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Il platano

  Fino a ieri era lì.
Lo vedevo anche quando stavo stesa sul letto, attraverso i vetri.
Segnava il passare dei giorni, le stagioni. Qui a Milano è così difficile avere un amico come lui. Lo amavo, confesso. Era un compagno fedele, su cui sapevo di poter sempre contare. Se credo ostinatamente nell’amore lo devo a lui.

  La piazza su cui sorge il mio palazzo è grigia, disadorna e abitata dalle auto tutti i giorni, eccetto i due in cui è sede del mercato ortofrutticolo. Si tratta di un indefinibile non-luogo. Credo che nessuno degli ambulanti abbia mai fatto caso ai cinque sparuti platani. Mi è capitato di veder usare i loro rami per agganciare i tiranti delle coperture che stanno sopra i banchi, i loro tronchi colpiti dalle ruote dei furgoni, le loro radici ricoperte di scarti di ogni genere.
Un giorno mi fu detto che gli alberi sarebbero aumentati, che la piazza sarebbe diventata quasi un giardino. Accadde quando vidi alcuni operai armeggiare intorno all’amato albero. Forse l’uomo a cui mi rivolsi per avere informazioni in merito si prese gioco di me: lavorava per conto dell’Amministrazione Comunale e di sicuro sapeva che le cose sarebbero andate in un altro modo. Era proprio il mio platano, quello attorno al quale si affaccendava una squadra armata di scale e seghe elettriche. Pensai a una radicale potatura. In effetti, a poco a poco del platano non restò che un desolante moncone.

  Sperai che si riprendesse gettando nuovi rami, confidai nell’arrivo di una primavera milanese pura e rigeneratrice come una primavera di montagna perché noi milanesi lo diamo per certo che “quel cielo di Lombardia (è) così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”. Però mancò anche il tempo per vederla arrivare. Quando la sera tornai a casa, al posto del moncone c’era una buca profonda, color della pece. Non disperai. Pensai che un piccolo platano avrebbe di lì a poco allietato di nuovo la piazza, che quello vecchio era un malato inguaribile e che dovevo farmene una ragione. Altri giorni passarono, la mia finestra continuava a incorniciare il vuoto.

  Vi sembrerò melodrammatica, magari non avete torto. Ma dovete sapere che a Milano ci si può affezionare persino a una cavalletta che saltella tra i vasi, si può dare ascolto ai merli, si può essere presi dal desiderio di spingersi fino all’Orto Botanico di Brera per dipingere dal vivo, acquerelli alla mano, le foglie del ginko. Sarà perché qui viviamo in una piana nebbiosa, in cui sperimentiamo la mancanza. Sarà perché non abbiamo il mare, i monti. Ci si accontenta di poco, delle biciclettate lungo le sponde dei Navigli, della brezza acquatica della Darsena. Milano era una città d’acqua. Sembra che alcuni milanesi sappiano emozionarsi davanti a esseri viventi che sfidano nebbie e polveri sottili pur di insediarsi in una città dal clima così poco salubre. Ho incontrato passanti che al di là di ogni fretta si fermano a offrire briciole ai piccioni, nonostante siano uccelli invisi ai più, o che installano sui balconi piccole mangiatoie colme di semi di girasole per le cince. I nemici veri, a Milano, sono le blatte, le pantegane, le zanzare. Certo, mica siamo una schiera di San Francesco, quello no. Ma insomma tant’è, torniamo a bomba. Al mio compianto amore platanico.

  Io non riuscivo a dimenticarlo. Non ce la facevo, mi mancava. Guardavo la buca e non succedeva niente. Intorno al nero, si andavano accumulando batterie esauste, lattine di birra, cicche di sigarette, materassi sfondati. Pare che alcuni milanesi non tengano a cuore gli spazi comuni, spesso usati come discariche. Il cuore di costoro batte semmai per un bel parcheggio; le nostre strade sono infatti perennemente colonizzate dalle auto in sosta. L’ampio parterre asfaltato della piazza su cui sorge il mio palazzo è appunto adibito a questo: a ospitare le auto dei residenti. Tranne che nelle giornate di mercato, come ho già scritto, giornate in cui grazie alle esalazioni delle colature di pesce sembra di abitare vicino al porto. Ma non ci sono pini marittimi, né vento salmastro. Niente lentisco, niente elicriso. A dire il vero, su questa grande piazza non c’è nemmeno una aiuola. Una volta ci vivevano cinque platani, ora ne sono rimasti quattro. Quando mio padre mi definiva una sognatrice mi arrabbiavo, però ammetto che contro ogni evidenza spesso mi ritrovo a sperare.

  Finché una mattina mi sveglia il rumore della betoniera, apro i vetri e le lenzuola sanno già di catrame, richiudo al volo e mi viene il magone. Ho l’ansia: mi domando che cosa diavolo stia succedendo.

  Passano le ore. La buca nera è soltanto un ricordo. Ma incatramata di fresco è ancora più nera. E nero si fa il mio umore, nera tutta la piazza, le bancarelle del mercato, i passanti. Nera persino la terra dei vasi, la mangiatoia per gli storni, che di sicuro voleranno altrove. E anch’io vorrei volare via, per non assistere allo scempio.

  All’improvviso, davanti a me, ecco apparire un colore: il giallo della linea a forma di rettangolo ha preso il posto della verde ombra; è un giallo quasi fluorescente che serve a evidenziare uno spazio appositamente preparato per ospitare un’altra bancarella, un’altra auto. Non mi rimane che prenderne atto: non dico un platano come quello amato, ma neanche un filo d’erba potrà più spuntare; già, però in fondo chi può saperlo con certezza: forse la messa a dimora di una creatura vegetale da veder crescere di stagione in stagione è stata solo rimandata.

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