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INSPIEGABILE AMORE

 

  

Che Frank e Concetta (detta Concy) non si capissero era evidente. Soprattutto dopo quell’ultima conversazione finita a suon d’insulti in uno squallido bar, a Brooklyn. Eppure Concy non lo voleva ammettere, non si dava pace.
Voleva solo camminare, andare.
Sì,va bene, però dove?
Oh certo! A Dover! Da lì avrebbe potuto attraversare la Manica. Ma in realtà l’unica manica che desiderava risalire fino all’ascella era quella di Frank, maledizione.

Avrebbe inspirato così avidamente il suo odore, navigato così volentieri nel suo sudore! …E pensare che fino a qualche attimo prima lo avrebbe preso a ceffoni!

“Ma perché amo ancora Frank?! E’ inspiegabile!” – disse Concy ad un tratto, nel bel mezzo della Flatbush avenue. E la parola ‘Inspiegabile’ le sfuggì dalle labbra chiara e sonora.

Allora, improvvisamente, nel cielo apparve uno strano personaggio, mantello iridescente e sorriso effervescente.

“Eccomi,” – e la sua voce era davvero altisonante – “Unexplainable, piacere, di professione Super-Eroe.”

“Ohh!” – esclamò Concy – “La prego, mi faccia conoscere il suo regno!”.

Lui non rispose, si limitò a scendere di qualche metro e a sollevarla. Poi tra le nubi sparirono.

Ecco, forse a questo punto chi legge non mi crederà. Penserà che sto raccontando un mucchio di sciocchezze, che sono laconica, che dovrei spiegarmi e che considero il lettore un bamboccio. Ci tengo a sottolineare che non è affatto così. La verità è che Concy e Unexplainable si capiscono tuttora alla perfezione. In più, non avvertono la benché minima necessità di spiegarsi.
Ecco. L’ho detto. Tutto questo può apparire davvero inspiegabile, lo so. Ma qualche eccezione alla regola esiste sempre, senza che ci sia necessariamente di mezzo un super-eroe. Anche se la cosa, come negarlo, aiuta.

 

 

 

 

LA FRANCESE e IL MARINAIO di A.L.

 

Turi faceva il marinaio in una piccola isola del Mediterraneo. Dimostrava una quarantina d’anni o giù di lì, difficile attribuirgli con precisione un’età . Possedeva una barca capiente, a motore, col tendalino e i materassini bianchi a prua, dove ci si poteva stendere comodamente a prendere il sole.
Bruno, abbronzato, muscoloso, vestito di bianco: si presentava bene. Una persona non libera, o quanto meno così non figurava sulla carta d’identità, ma pur sempre disponibile. Turi si professava, infatti, come buona parte dei maschi latini, grande estimatore dell’intero genere femminile. Sull’isola era impossibile rimanere fedeli a lungo, e in special modo ai marinai (che del resto, come è risaputo, trovano sempre nuovi approdi in ogni porto). Le donne da portare a zonzo in barca erano molte, e, per di più, molto svestite.
Turi cercava di resistere, anche solo per contravvenire a un fastidioso luogo comune, però non gliela faceva. Ogni volta ci rimaneva male. Anzi, per meglio dire, da quegli incontri clandestini da una parte usciva ringalluzzito, dall’altra deluso. Era incapace di rigare diritto, doveva prenderne atto, mettersi il cuore in pace, accettare le proprie debolezze. Tutto sommato non si macchiava di nessun delitto. L’importante era che a Mariasole certe storie non arrivassero all’orecchio. Lungo, l’inverno sull’isola: senza Mariasole, per lui non ci sarebbe stato scampo. Tuttavia, affermare che ancora la desiderava,  equivaleva a mentire.
 
Un mattino, a bordo della barca di Turi, che accompagnava i turisti nei posti più suggestivi dell’isola, salì un gruppo di sette persone. Tre coppie e una bella signora scompagnata, di nome Odette. Una francese spiritosa oltreché avvenente, che prese posto accanto a lui. Il balenio delle pailettes del bikini di Odette lo abbagliò subito.
Durante l’escursione, Turi ebbe modo di mettere in luce la propria competenza, descrisse i luoghi, le leggende dell’isola e le tradizioni dei suoi abitanti, parlò di grotte e di vulcani. Odette lo ascoltava rapita, quasi imbambolata. La barca sostò in prossimità di baie raggiungibili solo dal mare. Spesso l’allegra brigata si tuffava; le coppie, indossate le maschere, si perdevano nel blu e riemergevano sorridenti. Odette invece continuava a rimanere a bordo. Chiacchierava con Turi, incurante del resto. I due parlavano fitto di politica, di squali, di fondi sommersi. Odette però, purtroppo soffriva di mal di mare. Cominciò a provare un lieve disequilibrio, una vertigine; quindi arrivò la nausea. I suoi amici proposero di tornare a terra. Turi, guardando l’orizzonte, si limitò a dire che uno dei rimedi migliori contro quel malessere erano le acciughe. Poi accese il motore e a tutta birra riportò la barca al molo. Odette si reggeva la fronte col palmo. Non appena  i passeggeri furono tutti scesi, Turi allungò a Odette il proprio biglietto da visita. Lei, ancora barcollante, trovò la forza per sussurrargli che di sicuro lo avrebbe chiamato.
Raggiunta a stento la casa, presa in affitto dalla comitiva per le vacanze estive, si coricò. Erano all’incirca le quattro del pomeriggio. Cercò d’ignorare la nausea, la tacitò e cadde in un sonno profondo.
 
Sognò pesci multicolori, geyser sotterranei, antri che custodivano tesori. Quando si svegliò il malore era scomparso. Odette, adesso, aveva voglia di passeggiare. Camminò fino al porto. Ormai il sole era calato, l’aria profumava di gelsomino. Pensò a Turi, alla sua pelle cotta dal sole, alle sue grandi mani; poi cominciò a sentire i morsi della fame: era ora di cena. Arrivò a casa mentre già gli amici stavano apparecchiando. Avrebbero cenato sul terrazzo come ogni sera, davanti al Vulcano che li sorprendeva nel buio col rosseggiare dei lampi. Odette si mise subito in cucina: voleva preparare l’île flottante: quel dolce le veniva sempre alla perfezione e lo aveva promesso agli amici. Quando tutto fu pronto, l’allegra brigata si sedette. Si parlò della gita in barca, si rise, si mangiò, si bevve. Qualcuno disse: – Turi si è invaghito della nostra meravigliosa francese- e a lei brillarono gli occhi. Lo avrebbe chiamato, non si sarebbe certo fatta degli scrupoli, in fondo chiedeva solo un’ultima occasione per trascorrere con lui una manciata di minuti prima di lasciare l’isola.
 
Si accordarono per vedersi prima del tramonto alle spalle dell’eliporto, alle sei. Era uno dei posti meno frequentati dell’isola, in cima in cima. La macchia mediterranea in quel punto s’infittiva di fichi d’india, di stipe e di lentischi che arrivavano a lambire il mare. Turi giunse all’appuntamento scalzo come al solito (la maggior parte degli uomini sull’isola non portava scarpe), a petto nudo, molto accaldato, con un borsone blu di tela cerata. Odette indossava un pareo di colore turchese e ai piedi calzava un paio di sandali alla schiava, coi lacci che le giravano attorno alle caviglie come serpenti. Senza né come né perché non appena si videro i due si scambiarono un interminabile bacio. La passione già divampava. Turi la prese per mano e la guidò dietro un gruppo di mirti. Qui, un breve, rarissimo tappeto erboso creava  tra le piante aromatiche uno spazio che sembrava creato apposta per loro. Turi si chinò: voleva controllare che a terra non ci fossero pietre aguzze. Ne trovò alcune, che con dei lanci poderosi scagliò lontano. Odette si slacciò i sandali, si spogliò senza esitare e il solerte Turi provvide a stendere a terra il pareo turchese di lei. Dopo tutti questi preparativi, si guardarono, scoppiarono a ridere e si abbracciarono stretti. Il marinaio fu nudo in un baleno: non aveva che i calzoncini. Il resto venne da sé. A Odette sembrava di stare in mezzo a una tempesta. Con  grande stupore si accorgeva che non le procurava nausea ma piacere.
Di sicuro per entrambi fu la cosa più bella che, quanto meno percorrendo a ritroso gli ultimi anni, fosse successa.
“Mi ricorderò di Odette” – pensò Turi.
“Non dimenticherò Turi”- pensò Odette.
Incombeva la notte, bisognava fare ritorno alle rispettive case; erano attesi tutti e due, seppure da persone differenti. Bastò un nonnulla, giusto un paio di passi e Odette cacciò un grido. Qualcosa le aveva trafitto il piede prima che avesse avuto modo di rimettersi i sandali. Turi estrasse una torcia dal borsone blu, quindi la puntò contro il piede dolente di Odette. Una spina di fico d’India, ecco la causa del dolore.
Per Turi, toglierla fu un gioco da ragazzi. Gliela estrasse coi denti, la sputò. Quindi baciò e ribaciò il piede della francese.
 
– Si può sapere come diavolo fai a camminare scalzo? – gli chiese Odette. 
– Semplice. Ho gli zoccoli! – rispose lui.
E orgoglioso s’illuminò il lato nascosto dei piedi, il lato oscuro che stava sempre a contatto coi fanghi sulfurei, gli scogli, i camminamenti di terra battuta, i moli riarsi.
Odette, incredula, prese a carezzare quella zona callosa, così nera e spessa da sembrare di iroko. Turi, pur con tanto di zoccolo, fu preso da un solletico tale che si piegò tenendosi la pancia.
 
Percorsero il viottolo che scendeva a cuor leggero, in un pulviscolo intriso di sudore e salsedine.
Turi stavolta non si sentiva deluso, non si sentiva in colpa. Si sentiva bravo.
Odette si rifiutò di mettere di nuovo i sandali ai piedi: levitava.
 
La francese e il marinaio non si sarebbero mai più rivisti, si sarebbero per sempre desiderati.
 

Gyser sottomarini 001

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