adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

COME VIENE

– Che cosa ti aspetti dalla vita?
Ecco la domanda che le aveva appena fatto.
Erano usciti dopo mesi di occhiate lanciate di sghimbescio, di sorrisi strappati. Ne era nato uno strano connubio, una mescolanza di attrazione e repulsione, un rapporto già quasi logoro in prima battuta.
– Potremmo passare all’amicizia, se vuoi – disse lei togliendo la schiuma dalla superficie del bicchiere. – Non m’interessa – rispose Alvise – e non ti azzardare a darmi un bacetto quando ti riaccompagno a casa, altrimenti scatta subito la lingua.
Rimasero in silenzio per cinque minuti, ma ad Argenta sembrò un tempo interminabile. Non sapeva come riprendere il discorso, si sentiva annoiata e pedante. Aveva incontrato tre uomini negli ultimi mesi e tutti e tre le avevano dato un’immagine un po’ folle, quanto meno confusa.
Mentre faceva queste considerazioni, pensò di approfittare del momento per indagare sui passatempi erotici di Alvise, come se fosse interessata a esperimenti di sesso estremo.
– Se vuoi la prossima volta ci scambiamo le cassette porno- disse Argenta per mostrarsi all’altezza della situazione. Rise.
Lui rimase con lo sguardo fisso, come incantato, poi mormorò – d’accordo- e tagliò un’altra fetta di ‘meneghina’. Tutto andò in briciole: sembrava che non avessero altro da dirsi.
Alvise chiese il conto, il cameriere afferrò il piatto ancora mezzo pieno e Argenta gli fece cenno di riportarlo indietro. – Cameriere di merda, ‘fanculo- commentò lei a mezza voce e Alvise pensò che quello era il tipico esemplare di donna aggressiva. Per rincarare la dose, Argenta aggiunse:
– Io mi considero bisex, eppure mi sento limitata. Non c’è abbastanza varietà, che palle.
Quindi presero i cappotti e uscirono.
L’aria pizzicava le cosce. Loro camminavano per strada, soli. Alvise urtò inavvertitamente il braccio contro il gomito di Argenta e si scusò. Lei lanciava sguardi distratti alle vetrine.
– Voglio rinnovare un po’ il guardaroba – disse.
Alvise non sentì nemmeno, aveva già deciso di chiudere i contatti. Pensava che stava perdendo del gran tempo, che avrebbe potuto trombare alla grande se fosse andato nel solito ‘privé’, magari farsene anche quattro o cinque. Cominciava a perdere i colpi, però: non era più come una volta. Non riusciva a stare dietro a tutte quelle storie, e non soltanto per una questione fisica. Si sentiva stranito.
– Ho avuto più di duecento donne, sai.
Argenta si limitò a girare la testa, poi riprese a guardare dritto davanti a sé. Provava disagio.
La nebbia cominciava a muoversi, spostata da un vento oscuro. Non c’era luna o forse era nascosta. Argenta cercò di capirlo consultando il suo orologio con le fasi lunari, ma poi si ricordò che non lo aggiornava da anni. “Il solito vizio”, pensò, “dovrei avere i piedi per terra ormai, la testa tra le nuvole non posso più”.
L’inquietudine prese a salire piano, prima in Argenta, poi in Alvise. Era come se entrambi non trovassero un posto definito, un lembo di marciapiede libero su cui andare spediti. Dalle loro labbra uscivano soltanto discorsi frammentari, anzi, più che discorsi frasi, dittonghi, punti interrogativi.
– In effetti l’unica cosa che m’interessa è il sesso, la sola forma di energia pulita- disse Alvise urtando il manubrio di una bicicletta in sosta.
– Perché te ne sei andato da casa?- chiese Argenta.
– Stavo scoppiando. Sono partito con la tenda e due stracci. Ho lasciato tutto a lei.
– Anch’io ho vissuto all’addiaccio per qualche tempo. L’ho fatto per solidarietà
– Solidarietà? Cosa intendi?
– Volevo capire cosa provano i senza-tetto.
– Questa non è solidarietà. E poi?
– Poi c’è stato l’incontro. Mi ha ospitato un uomo. Nel suo letto.
– Allora sei una donna allegra!
– Sono una donna che piace.
– E’ un privilegio avere tanti amanti, tante case, tante vite.
– C’è bisogno di dirlo?!
Una striscia chiara stava attraversando il cielo. Grappoli di nuvole migranti, luminose. Alvise guardò a terra e vide la coda di un gatto sporgere da sotto un furgone.
– Il mio colore preferito è il giallo- disse a un tratto, senza sapere perché. Mise una mano in tasca, tirò fuori una boccetta e mandò spruzzi di profumo sui polsi. Li sfregò l’uno contro l’altro, li annusò inspirando profondamente. Rimase fermo lì, a braccia aperte; sembrava un crocifisso. Prese un altro paio di respiri e fu come se avesse trattenuto il fiato per vent’anni. Ad Argenta, guardandolo, dispiacque quasi di averlo conosciuto: anche adesso, in quella posa meditativa, aveva l’aspetto di un millantatore.
– Tu non vai bene per me. Copuli in modo troppo sbrigativo.
– Che ne sai? – rispose Alvise alzando le palpebre di scatto – non hai mai scopato con me. Potrei essere uno che va avanti per ore. Oltretutto potrei essere un genio.
– No, ne sono sicura. Sei nella norma, come me. Di questo ho l’assoluta certezza.
Una coppia li oltrepassò in fretta, non li vide nemmeno. Quindi altra gente, tanta, come riversata dal buio. Voci accavallate, risate scomposte, suoni di cellulari. E via, ognuno per la sua strada, fino a un nuovo deserto.
– Senti, ne ho abbastanza. Con te non esco più – rincalzò Argenta.
– Hai ragione, meglio così. Stai cominciando ad allargarti. Mi costringeresti a far spazio nell’armadio!
Alla notte rimanevano solo poche ore. D’un tratto sbucò la luna, perfettamente tonda e rimbalzò sull’asfalto. Le ombre di Alvise e Argenta comparvero; così raddoppiati erano una bella combriccola. Ammutoliti, forse a corto di argomenti, guardarono: da quanto non ascoltavano il silenzio.
– Non vuoi neanche provare a venire a letto con me?- disse Alvise, stonato.
– Scordatelo.
– Mica avrai paura d’innamorarti?
– Ho superato da un pezzo quella fase.
– Beh, non ci vuole molto: non esiste, l’amore.
– Appunto. Magari ci sono arrivata un po’ tardi, ma ci sono arrivata.
Una folata si alzò, una cosa bianca prese il volo insieme a foglie e a polvere. Il corpo di Argenta fu attraversato da un brivido. Se ne accorse perfino Alvise.
La prese tra le braccia, la strinse. L’aveva già fatto duecento volte, con duecento donne. Lei gli poggiò la mano sul collo.
Freddo. Fredda. Il collo. La mano. Argenta la ritirò e la cacciò subito in tasca.
Alvise tentò di accendersi una sigaretta, però c’era ancora troppo vento.

(Da INCONTRI di STAGIONE. Miniature, Zephyro Edizioni. Milano)

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7 pensieri su “COME VIENE

  1. Fantastico. Non so ancora adesso se stare dalla parte di Alvise, di Argenta o dell’amore. Comunque un racconto che ti obbliga a pensare. Bello.
    Stefano

  2. Sì, anche a me è piaciuto, scabro e delicato. E poi quello sguardo verticale che va dal grappolo di nuvole alla coda del gatto, comprende tutto, tutto quello che va detto.

  3. Grazie a Stefano e Ossidiana.
    Passerò a trovarvi!

  4. ti ricordi di me? eravamo amici, su Splinder!

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