adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

Quasi maggio

BLU SENZA MARE

TAPPETO DI VELELLE

BARCHE SPIAGGIATE.

 

Sorprese

Da tartaruga

addome carapace

volto d’iguana

negando attese

resto su questo lembo

a farmi sale.

Scende il sapore

intingolo fiorito

orto di maggio.

Spezzo l’alloro

l’ultima squama sfoglio

e via, galoppo.

Haiku di aprile

Gardenia macchia

ruota setola fitta

di desiderio.

Di Glisante, soggetto a rischio

Era un vampiro, Glisante. Forse questo può apparire poco credibile, perché si dice che i vampiri non esistono. Però sono tante le cose di cui s’ignora l’esistenza, quindi è ipotizzabile che qualche esemplare di vampiro al mondo ci sia, anche se la documentazione scientifica in merito scarseggia.

Glisante esisteva, insomma, ma stava comunque per estinguersi: non aveva più sete. Non voleva bere né sangue, né vino, né acqua. Se ne stava tutto il giorno sdraiato a guardare il soffitto, a sospirare. Abitava da tempo immemorabile nel sotterraneo di un castello, dove, a mezzanotte filtravano dalle feritoie raggi di luna e a mezzogiorno raggi di sole, che illuminavano pareti di muschio e piccole pozze d’acqua. Un ambiente molto umido: Glisante, infatti, era pieno di dolori e il suo umore ne stava subendo tutte le conseguenze. Sempre più spesso gli sembrava che la vita non avesse alcun senso e tanto meno ne avesse la morte. Era apatico, abulico, anemico.

Un sera d’estate, una zanzara lo punse. Glisante cacciò un urlo, ma la zanzara rimase a bocca asciutta perché la pelle del vampiro era ormai vizza, secca come la terra del deserto. Lui seguì con lo sguardo il percorso della zanzara e si accorse che andò a finire dritta tra i fili di una ragnatela. “Siamo tutti nella stessa rete”, pensò. Poi, all’improvviso, dall’alto gli apparve la luna. Era così bianca, silenziosa, piena… Il vampiro decise di uscire per guardarla meglio.

Appena fuori, una folata di vento gli carezzò le guance. “Che sera meravigliosa”, si disse, “non c’è una nuvola in cielo”. La civetta cantava e i pipistrelli svolazzavano felici intorno a lui. “Sono allegri ma ciechi”, pensò. Vide l’enorma quercia che dondolava i rami, si avvicinò, ne abbracciò il tronco e sussurrò: – Vuoi ballare con me?-. La quercia lo strinse forte e cominciò la danza. Le foglie giravano, la terra girava, la testa girava… Glisante perse l’equilibrio e si ritrovò a terra. E siccome, nonostante qualche breve attimo di ripresa, era sempre fondamentalmente di umore nero, andò su tutte le furie.  Si arrabbiò tanto, ma tanto. Metteva paura. – Andate tutti al diavolo! – continuava a gridare – Vi succhierò il sangue e sarete dannati!- e dagli occhi mandò scintille, che bruciarono i rami della quercia. Poi, non contento, diede un morso alla corteccia. – Ahia!- si sentì forte nell’aria e il povero tronco si spaccò in due. Al suo centro apparve una fanciulla vecchia, pallida e delicata come una gemma.

– Baciami- disse a Glisante, e mentre lui le si stava già avventando sul collo, lei gli prese il viso tra le mani e gi serrò le labbra con le labbra. Glisante si sentì invadere da un calore nuovo, che gli fece piegare le ginocchia. Era così debole che il mazzo di chiavi del castello gli scivolò tra le dita e cadde. La donna non sapeva bene che fare: caricò il vampiro sulle spalle, lo portò in una radura ombrosa dove tra i rami passava sole e vento, lo nutrì con latte di resina e pesto di ghiande, gli massaggiò il corpo con l’erba fresca e lo cullò nell’incavo del tronco. Mentre cantava ninnandolo, a lei si colorivano le guance, s’infoltivano i capelli e si gonfiavano i seni.

Un giorno diede al vampiro una grossa bacca rossa ma lui nel morsicarla perse i canini. – Come farò adesso, brutta strega?- disse Glisante piangendo. – Mi chiamo Ezia- rispose lei per niente offesa. Poco tempo dopo, al posto dei denti caduti a Glisante ne spuntarono due nuovi: piccoli, ma chiari e splendenti. Un mattino Ezia, al risveglio, gli offrì una tazza di rugiada e lui, specchiandosi, per la prima volta sorrise e si mise a scherzare. Si ricordò di colpo del castello, di cui la fanciulla vecchia aveva conservato le chiavi. Allora in un attimo lo raggiunsero insieme.

Glisante diede tre giri alla chiave e il massiccio portale si aprì, cigolando sui cardini. -Prego!- disse il vampiro cedendole il passo. Ezia salì i gradini della scalinata, andò fino all’ultimo piano e Glisante la seguì. Era, quella, la parte più luminosa del castello, la più asciutta e arieggiata, con un terrazzo che si affacciava sul bosco. – Io mi sistemerei qui. E tu?- chiese lei a Glisante.  – Va bene, però voglio farti vedere anche il resto-. – Ma certo, volentieri!-.

Scesero i gradini tenendosi per mano, visitarono ogni angolo del castello, anche il più buio e remoto. Ezia alla fine disse: – Conviene lasciare aperto l’ingresso-. – Buona idea- rispose Glisante- così anche se le chiavi vanno perse non è grave-. “Mi sento un altro”, pensò. In effetti, era diventato un uomo.

I vampiri, dunque, sono solo a rischio d’amore, ecco perché la loro specie non è affatto in via d’estinzione. E’ lecito supporre, anzi, che a tutt’oggi sia in crescita.

(Da Incontri di stagione. Miniature, Zephyro Edizioni)

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