adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

LUCE DI NEVE
CHIEDO SUL MIO PRESENTE
DA SCONTORNARE.

Acquarello di Adriana Libretti

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Incipit

acquarello 001

 

 Dipingere con l’acqua, questo è l’acquarello. Passare il pennello inumidito sul colore, e diluirlo quanto si vuole con l’elemento liquido per renderlo più trasparente; oppure usare il pigmento prescelto quasi puro, se si desidera ottenere una tonalità più intensa. O ancora bagnare prima il foglio di carta e lasciare che il colore, al suo contatto, riveli forme sempre sorprendenti. I pigmenti sono temperati con gomma arabica, e possono assumere l’aspetto di pastiglie, ma anche trovarsi in pasta, chiusi in tubetti da spremere come dentifrici.

Di rossi ce ne sono parecchi, così come di verdi, di gialli e di blu: però farsi il colore da sé, trovare la sfumatura esatta che si vuole ottenere attraverso un rimescolamento di tinte diverse, dà maggiore soddisfazione, lo garantisco. Quando uso un colore e lo passo sul foglio, penso solo a questo: al colore. Prepararlo, dunque, spanderlo sulla superficie del foglio, vederlo dilagare, accompagnarlo verso l’alto o il basso, assorbirne l’acqua in eccesso con lo straccio, alleggerirlo, appesantirlo, sono a tutti gli effetti pratiche meditative.

 

Pare, in realtà, che qualunque azione, svolta con consapevolezza e attenzione, possa diventare strumento di meditazione, perfino lavare i piatti; dipingere ad acquarello, tuttavia, produce risultati benefici e straordinariamente efficaci.

 

Acquarella era il nome di una barca a vela su cui feci un viaggio, un’estate di innumerevoli anni fa. Raggiungemmo Capraia e l’Elba, partendo da Marina di Pisa. Il mare forniva acqua salata a volontà per acquarellare cieli e spiriti, che fossero quieti o tempestosi. Su Acquarella avvennero aspri diverbi e altri eventi poco gradevoli che però andarono in fretta alleggerendosi, fino a non lasciare quasi traccia. La notte nella rada di Portoferraio il mare fece le capriole in compagnia del vento. Fummo costretti a scendere a terra e a passare la notte in bianco, nell’attesa che la buriana si placasse. Le barche si stringevano tra loro, si accatastavano; il pericolo che si danneggiassero a vicenda era concreto. Avevamo un bambino a bordo, dovevamo evitargli qualsiasi rischio. Scesi sulla banchina, camminammo per il paese finché trovammo un paio di panchine. Avevo portato con me il necessario per trascorrere quelle lunghe ore senza essere divorati dall’ansia. Si acquarellò sottovoce nel buio fino all’alba, su fogli di pesante cartoncino nero a prova di vento, fermati comunque da alcune pietre; si consumarono in un lampo tutte le tonalità chiare. La luna occhieggiava tra le nubi.

 

Acquarella navigò in seguito sul Po fino a Chioggia, dove concluse la sua carriera natatoria prima del guasto che ne causò la vendita. In una trattoria del centro storico, per consolarci della sua perdita, facemmo una scorpacciata di linguine alle cicale di mare, scolando ottimo vino. Nel pomeriggio, in una specie di ritrovo per marinai, su tavolacci di legno vecchio, dipingemmo la laguna e le isole, le secche, i pesci di acqua dolce e salata, i filamenti delle alghe, i sassi levigati; tutto quello che grazie alla navigazione su Acquarella avevamo potuto osservare da vicino. Gli autoritratti in grigio, che una sera, appena tornati in città, eseguimmo guardandoci allo specchio, rispecchiano le nostre acque interiori, i canali delle nostre rughe segrete. Dipingere in gruppo è un’esperienza unica e accomuna molto più di tanti discorsi.

 

 Acquarellare è verbo che si compone della parola acqua e del verbo rollare (poiché ‘rellare’ non esiste), come il rollìo della nave sulle onde.

 

L’acqua, indispensabile alla vita, lo è altrettanto alla pittura, forma espressiva vitale, e in particolare a quella ad acquarello.

 

 TANKA PER UN ACQUARELLO

 

 GUAZZO DI OGGI

 

VOGLIO ASCIUGARTI AL SOLE

 

UMIDA CARTA.

 

 

ACQUARELLO PIGMENTO

 

CHE LASCIA TRASPARIRE.

 

 

 

Iris

CANDIDO EMERGI

DAL BUIO PARTORITO

FIORE FANTASMA.

iris 001

Quattordici febbraio

Orme di lepre

roccia, larice. Nudo

corre febbraio.

gressoney, montagne febbraio 2013

BLU

 

Non andava giù, quella tristezza. Anzi, per la precisione, non andava nemmeno su. Rimaneva lì, come un nodo scorsoio stretto sulla carotide.

La cosa mi riguardava molto da vicino: si trattava di mio figlio, l’unico che avevo contribuito a mettere al mondo. Il suo nome? Guido. Guido, il suo nome. L’avevo scelto io, mi piaceva, sarebbe piaciuto a me chiamarmi così. Pensavo che chiunque portasse quel nome sarebbe stato predestinato al successo, doveva essere il frutto di qualche curiosa associazione mentale…

Nonostante mio figlio fosse ormai adulto, dopo la morte della madre era rimasto a vivere con me. Credo che ci tenesse davvero, a farmi compagnia, ma anche se ci metteva tanta buona volontà, la cosa non gli riusciva. E la solitudine, in due, pesa il doppio.

Ogni sera, quando tornavo a casa dal lavoro, lo trovavo seduto a gambe incrociate, a occhi chiusi. Meditava -diceva- su che non ne ho la minima idea. Mi toccava cenare da solo, Guido non si metteva mai a tavola con me. Meglio così, perché si cibava solo di semi tostati, cereali integrali e legumi: sinceramente, vederlo mangiare a quel modo mi avrebbe tolto l’appetito. Ci separava un abisso, inutile negarlo. Di gusti, abitudini, orientamenti culturali. Però dovevo, volevo trovare il modo per entrare in contatto con il mio unico, amatissimo figlio; questo il principale obiettivo che mi ero dato.

Visto che Guido, spesso, stava immerso in una sorta di oceano spirituale, avevo posato sul tappeto del soggiorno un grande vaso blu, che in trasparenza pareva acqua marina. Attraverso il vetro scuro filtrava una luce da temporale estivo e fissandolo sembrava quasi di ritrovarsi nel tunnel di una gigantesca onda. Sarebbe stato quello -pensavo – il luogo in cui le nostre anime si sarebbero segretamente abbracciate. Può sembrare solo una stupida trovata, lo so, ma in fondo non mi ero sbagliato. A mio figlio il vaso era piaciuto così tanto che mi aveva chiesto il permesso di portarlo nella sua stanza. Ne ero stato lusingato e felice. Nel vaso blu saremmo presto confluiti, là dentro le nostre anime avrebbero navigato in armonia.

Un giorno decisi d’introdurre Guido nel mio ambiente di lavoro. Era ancora disoccupato, purtroppo, nonostante fosse un ragazzo serio, affidabile e preparato. Dopo qualche tempo venne chiamato per un colloquio, al quale seguì un silenzio mai più rotto. Non ne fu fatta parola nemmeno con me, che pure lavoravo in quell’ufficio da anni e attendevo con ansia un responso di qualsiasi genere, un’indicazione amichevole, un suggerimento spassionato. Solo parecchi mesi dopo venni a sapere che sul conto di mio figlio giravano pessime voci. Il giudizio su di lui era stato implacabile; l’etichetta incollatagli addosso, infatti, fu di “asociale” e “problematico”; era stato bollato, insomma, come squinternato cronico, privo di qualsiasi prospettiva, e subito messo da parte.

Trovavo e tutt’oggi trovo inaccettabili giudizi così perentori. Sono spie di un razzismo ideologico pericoloso, idiota, eppure sempre più dilagante. Ai cosiddetti “non allineati” rimane solo la strada del mascheramento, dell’ipocrisia, di un forzoso conformismo, ammesso che a un certo punto desiderino in qualche modo integrarsi. Fatto sta che quando venni a conoscenza delle considerazioni seguite al colloquio di Guido, Natale era già alle porte. Mio figlio era deluso, amareggiato; io mi sentivo impotente, sicché accolsi con gioia la sua inaspettata proposta. Anziché festeggiare nella maniera consueta avremmo fatto un viaggio insieme. In un paese lontanissimo, per me ancora tutto da scoprire. Guido avevada parte dei risparmi, disponeva ancora dell’eredità lasciatagli dalla madre.

Da un giorno all’altro mi ritrovai a salire i gradini della scaletta di un aereo. A un interminabile volo seguì finalmente l’atterraggio. Guido all’aeroporto mi prese per mano e mi condusse con sé all’aperto, quasi mi fosse padre.

Fui subito stordito dagli afrori che l’aria umida mi soffiava sulla faccia. Prendemmo un taxi per raggiungere l’albergo che avevamo prenotato dall’Italia. Il paesaggio e il clima mi stordivano, così come la gente, gli animali, le strade. Mi pareva di essere atterrato su un altro pianeta. Le donne indossavano abiti coloratissimi, i bambini sorridevano, le mucche pascolavano zigzagando nel traffico. I clacson suonavano senza sosta; accanto a me, oltre alle macchine, sfrecciavano risciò, biciclette, ape-car, autobus, carretti. Nel corridoio dell’albergo mi accorsi di oscillare, mentre camminavo, come un marinaio sbarcato dopo mesi e mesi di navigazione. Appena Guido aprì la porta della nostra stanza mi buttai sul letto, mi mancava il respiro. Ebbi giusto il tempo di notare un rapace posarsi sulla ringhiera del nostro balcone prima di chiudere gli occhi.

Durante la notte mi misi a gridare, non riuscivo a controllarmi. Svegliai Guido che mi domandò che cosa mi stesse accadendo, che cosa mi passasse per la mente, ma non seppi dargli risposta. Forse avevo gridato a causa di un sogno, forse per via di una acuta sensazione d’irrealtà. La mattina però stavo già meglio, così cominciammo a visitare la città, i templi, l’antico forte. Guido mi confermò, come già eravamo d’accordo, che a un certo punto ci saremmo divisi, dato che per sé aveva programmato un breve soggiorno in un centro di meditazione, al quale io avevo deciso di non prendere parte. Ci saremmo dati appuntamento in aeroporto per fare ritorno a casa. In realtà era un po’ in agitazione per me, ma col passare dei giorni poté constatare coi suoi occhi che grazie al cielo avevo recuperato l’equilibrio. Il tempo trascorso insieme fu piacevolissimo. Parlavamo poco, ci guardavamo molto attorno, ridevamo spesso. L’intesa, tra noi, era quasi impalpabile eppure profonda, radicale, come mai era stata in passato.

Arrivò il momento della separazione; da Guido mi ero fatto aiutare per mettere a punto un itinerario interessante da compiere in sua assenza; eravamo entrambi soddisfatti, sereni, lucidi. Ci salutammo con un abbraccio; ci saremmo visti in aeroporto e comunque avevamo sempre la possibilità di comunicare attraverso i messaggi di posta elettronica, qualora ne avessimo sentito la necessità.

Da solo, il mio sbalordimento continuò a crescere. Assistetti ad una camminata sui carboni ardenti, conobbi un venditore di barbe, diversi sadu che vivevano con niente; visitai un tempio jaino e parlai con una donna che teneva la bocca coperta da un fazzoletto: voleva evitare d’ingoiare inavvertitamente qualche insetto. La mia mente, la mia logica occidentale, la mia intera visione del mondo subiva delle vere e proprie scosse, vacillava ogni volta, però poi trovava un assetto inconsueto, nuovo. Non ne ero preoccupato, piuttosto direi sorpreso; mi guardavo dal di fuori, prendevo nota; per la prima volta mi osservavo tranquillo e senza aspettative: non sentivo più il bisogno di alcun genere di approvazione.

Non riesco qui a descrivere i numerosi incontri avvenuti, costringendoli in schematiche frasi; sono stati tutti ugualmente importanti, perfino i più casuali, come quelli capitati girando per i mercati, ad esempio; mi ritengo molto fortunato e provo gratitudine nei confronti di questo paese. Potrei provare a raccontare dell’uomo guantato, oppure del guru che viveva nella catapecchia di uno slum, o ancora della bambina che per vivere si esibiva come acrobata nelle stazioni insieme al fratellino. Potrei scrivere di alberi popolati da centinaia di pappagalli, di upupe e pavoni, di scoiattoli che venivano a prendere il cibo dalle mie mani, di scimmie che me lo strappavano minacciose; di serpenti, scarafaggi, topi, polveri gialle, offerte di latte e burro, piantagioni di cotone, fiumi sacri e radici aeree. Ma forse tutto ciò non è stato poi così determinante, forse ha solo favorito un processo che chiedeva solo di essere innescato. Sono stato io che ho cominciato a vedere le cose in maniera diversa, come se improvvisamente, davanti a me, si fosse spalancata una porta di cui ignoravo l’esistenza, come se dentro di me avessi infinite stanze misteriose e inesplorate. Sento che mi rimane da scoprire ancora molto e sono sicuro che se interrompessi il viaggio adesso dimenticherei in fretta il poco che ho compreso. Ecco perché, nell’ultima mail inviata a Guido, gli ho comunicato che per adesso non intendo tornare. Lui mi ha risposto che siamo in perfetta sintonia e che lui stesso ha preso la medesima decisione. Non cerchiamoci l’uno con l’altro affannosamente, non ce n’è bisogno – ha aggiunto – diamo la precedenza al resto. Imparare a conoscere sé stessi viene prima. E’ una frase banale, che ho sentito ripetere mille volte nelle più disparate circostanze, eppure non ne avevo ancora afferrato la reale importanza.

E’ arrivata la primavera, a breve raggiungerò una valle dove coltivano le rose, mi è stato detto che ci sarà bisogno di molte persone per la raccolta, proprio come da noi quando matura l’uva.

Ogni tanto ripenso alla casa lontana e al vaso blu, il rifugio di vetro in cui avevo pensato d’incontrare Guido in segreto. Una specie di trappola, mi sembra. Un’angusta prigione. Mi basta affondare lo sguardo nel blu del cielo, ora, per ritrovare sempre anche il suo. 

Presentimento

S’affaccia il cielo

su golfi di mimose

eppure è inverno.

mimose

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