adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

BLU

 

Non andava giù, quella tristezza. Anzi, per la precisione, non andava nemmeno su. Rimaneva lì, come un nodo scorsoio stretto sulla carotide.

La cosa mi riguardava molto da vicino: si trattava di mio figlio, l’unico che avevo contribuito a mettere al mondo. Il suo nome? Guido. Guido, il suo nome. L’avevo scelto io, mi piaceva, sarebbe piaciuto a me chiamarmi così. Pensavo che chiunque portasse quel nome sarebbe stato predestinato al successo, doveva essere il frutto di qualche curiosa associazione mentale…

Nonostante mio figlio fosse ormai adulto, dopo la morte della madre era rimasto a vivere con me. Credo che ci tenesse davvero, a farmi compagnia, ma anche se ci metteva tanta buona volontà, la cosa non gli riusciva. E la solitudine, in due, pesa il doppio.

Ogni sera, quando tornavo a casa dal lavoro, lo trovavo seduto a gambe incrociate, a occhi chiusi. Meditava -diceva- su che non ne ho la minima idea. Mi toccava cenare da solo, Guido non si metteva mai a tavola con me. Meglio così, perché si cibava solo di semi tostati, cereali integrali e legumi: sinceramente, vederlo mangiare a quel modo mi avrebbe tolto l’appetito. Ci separava un abisso, inutile negarlo. Di gusti, abitudini, orientamenti culturali. Però dovevo, volevo trovare il modo per entrare in contatto con il mio unico, amatissimo figlio; questo il principale obiettivo che mi ero dato.

Visto che Guido, spesso, stava immerso in una sorta di oceano spirituale, avevo posato sul tappeto del soggiorno un grande vaso blu, che in trasparenza pareva acqua marina. Attraverso il vetro scuro filtrava una luce da temporale estivo e fissandolo sembrava quasi di ritrovarsi nel tunnel di una gigantesca onda. Sarebbe stato quello -pensavo – il luogo in cui le nostre anime si sarebbero segretamente abbracciate. Può sembrare solo una stupida trovata, lo so, ma in fondo non mi ero sbagliato. A mio figlio il vaso era piaciuto così tanto che mi aveva chiesto il permesso di portarlo nella sua stanza. Ne ero stato lusingato e felice. Nel vaso blu saremmo presto confluiti, là dentro le nostre anime avrebbero navigato in armonia.

Un giorno decisi d’introdurre Guido nel mio ambiente di lavoro. Era ancora disoccupato, purtroppo, nonostante fosse un ragazzo serio, affidabile e preparato. Dopo qualche tempo venne chiamato per un colloquio, al quale seguì un silenzio mai più rotto. Non ne fu fatta parola nemmeno con me, che pure lavoravo in quell’ufficio da anni e attendevo con ansia un responso di qualsiasi genere, un’indicazione amichevole, un suggerimento spassionato. Solo parecchi mesi dopo venni a sapere che sul conto di mio figlio giravano pessime voci. Il giudizio su di lui era stato implacabile; l’etichetta incollatagli addosso, infatti, fu di “asociale” e “problematico”; era stato bollato, insomma, come squinternato cronico, privo di qualsiasi prospettiva, e subito messo da parte.

Trovavo e tutt’oggi trovo inaccettabili giudizi così perentori. Sono spie di un razzismo ideologico pericoloso, idiota, eppure sempre più dilagante. Ai cosiddetti “non allineati” rimane solo la strada del mascheramento, dell’ipocrisia, di un forzoso conformismo, ammesso che a un certo punto desiderino in qualche modo integrarsi. Fatto sta che quando venni a conoscenza delle considerazioni seguite al colloquio di Guido, Natale era già alle porte. Mio figlio era deluso, amareggiato; io mi sentivo impotente, sicché accolsi con gioia la sua inaspettata proposta. Anziché festeggiare nella maniera consueta avremmo fatto un viaggio insieme. In un paese lontanissimo, per me ancora tutto da scoprire. Guido avevada parte dei risparmi, disponeva ancora dell’eredità lasciatagli dalla madre.

Da un giorno all’altro mi ritrovai a salire i gradini della scaletta di un aereo. A un interminabile volo seguì finalmente l’atterraggio. Guido all’aeroporto mi prese per mano e mi condusse con sé all’aperto, quasi mi fosse padre.

Fui subito stordito dagli afrori che l’aria umida mi soffiava sulla faccia. Prendemmo un taxi per raggiungere l’albergo che avevamo prenotato dall’Italia. Il paesaggio e il clima mi stordivano, così come la gente, gli animali, le strade. Mi pareva di essere atterrato su un altro pianeta. Le donne indossavano abiti coloratissimi, i bambini sorridevano, le mucche pascolavano zigzagando nel traffico. I clacson suonavano senza sosta; accanto a me, oltre alle macchine, sfrecciavano risciò, biciclette, ape-car, autobus, carretti. Nel corridoio dell’albergo mi accorsi di oscillare, mentre camminavo, come un marinaio sbarcato dopo mesi e mesi di navigazione. Appena Guido aprì la porta della nostra stanza mi buttai sul letto, mi mancava il respiro. Ebbi giusto il tempo di notare un rapace posarsi sulla ringhiera del nostro balcone prima di chiudere gli occhi.

Durante la notte mi misi a gridare, non riuscivo a controllarmi. Svegliai Guido che mi domandò che cosa mi stesse accadendo, che cosa mi passasse per la mente, ma non seppi dargli risposta. Forse avevo gridato a causa di un sogno, forse per via di una acuta sensazione d’irrealtà. La mattina però stavo già meglio, così cominciammo a visitare la città, i templi, l’antico forte. Guido mi confermò, come già eravamo d’accordo, che a un certo punto ci saremmo divisi, dato che per sé aveva programmato un breve soggiorno in un centro di meditazione, al quale io avevo deciso di non prendere parte. Ci saremmo dati appuntamento in aeroporto per fare ritorno a casa. In realtà era un po’ in agitazione per me, ma col passare dei giorni poté constatare coi suoi occhi che grazie al cielo avevo recuperato l’equilibrio. Il tempo trascorso insieme fu piacevolissimo. Parlavamo poco, ci guardavamo molto attorno, ridevamo spesso. L’intesa, tra noi, era quasi impalpabile eppure profonda, radicale, come mai era stata in passato.

Arrivò il momento della separazione; da Guido mi ero fatto aiutare per mettere a punto un itinerario interessante da compiere in sua assenza; eravamo entrambi soddisfatti, sereni, lucidi. Ci salutammo con un abbraccio; ci saremmo visti in aeroporto e comunque avevamo sempre la possibilità di comunicare attraverso i messaggi di posta elettronica, qualora ne avessimo sentito la necessità.

Da solo, il mio sbalordimento continuò a crescere. Assistetti ad una camminata sui carboni ardenti, conobbi un venditore di barbe, diversi sadu che vivevano con niente; visitai un tempio jaino e parlai con una donna che teneva la bocca coperta da un fazzoletto: voleva evitare d’ingoiare inavvertitamente qualche insetto. La mia mente, la mia logica occidentale, la mia intera visione del mondo subiva delle vere e proprie scosse, vacillava ogni volta, però poi trovava un assetto inconsueto, nuovo. Non ne ero preoccupato, piuttosto direi sorpreso; mi guardavo dal di fuori, prendevo nota; per la prima volta mi osservavo tranquillo e senza aspettative: non sentivo più il bisogno di alcun genere di approvazione.

Non riesco qui a descrivere i numerosi incontri avvenuti, costringendoli in schematiche frasi; sono stati tutti ugualmente importanti, perfino i più casuali, come quelli capitati girando per i mercati, ad esempio; mi ritengo molto fortunato e provo gratitudine nei confronti di questo paese. Potrei provare a raccontare dell’uomo guantato, oppure del guru che viveva nella catapecchia di uno slum, o ancora della bambina che per vivere si esibiva come acrobata nelle stazioni insieme al fratellino. Potrei scrivere di alberi popolati da centinaia di pappagalli, di upupe e pavoni, di scoiattoli che venivano a prendere il cibo dalle mie mani, di scimmie che me lo strappavano minacciose; di serpenti, scarafaggi, topi, polveri gialle, offerte di latte e burro, piantagioni di cotone, fiumi sacri e radici aeree. Ma forse tutto ciò non è stato poi così determinante, forse ha solo favorito un processo che chiedeva solo di essere innescato. Sono stato io che ho cominciato a vedere le cose in maniera diversa, come se improvvisamente, davanti a me, si fosse spalancata una porta di cui ignoravo l’esistenza, come se dentro di me avessi infinite stanze misteriose e inesplorate. Sento che mi rimane da scoprire ancora molto e sono sicuro che se interrompessi il viaggio adesso dimenticherei in fretta il poco che ho compreso. Ecco perché, nell’ultima mail inviata a Guido, gli ho comunicato che per adesso non intendo tornare. Lui mi ha risposto che siamo in perfetta sintonia e che lui stesso ha preso la medesima decisione. Non cerchiamoci l’uno con l’altro affannosamente, non ce n’è bisogno – ha aggiunto – diamo la precedenza al resto. Imparare a conoscere sé stessi viene prima. E’ una frase banale, che ho sentito ripetere mille volte nelle più disparate circostanze, eppure non ne avevo ancora afferrato la reale importanza.

E’ arrivata la primavera, a breve raggiungerò una valle dove coltivano le rose, mi è stato detto che ci sarà bisogno di molte persone per la raccolta, proprio come da noi quando matura l’uva.

Ogni tanto ripenso alla casa lontana e al vaso blu, il rifugio di vetro in cui avevo pensato d’incontrare Guido in segreto. Una specie di trappola, mi sembra. Un’angusta prigione. Mi basta affondare lo sguardo nel blu del cielo, ora, per ritrovare sempre anche il suo. 

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4 pensieri su “BLU

  1. Complimenti ADRIANA, una pagina descrittiva che ho molto apprezzato.
    Dora

  2. Mi piace molto……….

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