adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “marzo, 2014”

DOMANDE ANCORA

DI PUNTA E DI TALLONE

ASSAGGIO VITA.

acquarello.

acquarello di A.Libretti

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La formazione della scrittrice, 11 / Adriana Libretti

Oggi su vibrisse, a cura di Giulio Mozzi.

vibrisse, bollettino

adriana_librettiLa mia prima scrittura non l’ho scritta. L’ho dettata a mamma perché ancora non sapevo scrivere. La poesia in questione conteneva un errore indispensabile alla rima; la cosa mi fu fatta notare, ma la licenza poetica mi venne subito concessa con tanto di sorriso.

Rugiada che brilli al sole
che parli al fiore
che dici al mio cuore?
L’ascolto commossa, lei dice:
“Tu sì sei felice
io no, non son felice
perché il sole m’assorbisce
e la mia vita è breve
finisce.

Poi ho subito smesso, credo per giocare con gli altri bambini della scuola materna: ero già innamorata del più monello della classe e l’amore mi avrebbe sottratto alla scrittura per molti anni, eccetto forse gli sfoghi sui diari di scuola su cui non rimaneva mai abbastanza spazio per annotare i compiti. C’erano le poesie struggenti, le parole per le canzoni di cui era autore, per la parte musicale…

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Una poesia di Anna Maria Ortese

Cosa voglio non so, perché respiro

e mi ridesto le mattine grigie.

Volge nel cuor tranquilla la memoria

dei miei trascorsi tempi, e di marine

e di luna e di sole alti tramonti;

e di vicende familiari il grido

subito spento, e ancora

quasi di vento, rimbalzante al sole.

Cosa chiedo non so, cosa mai spero,

e chi sono, e chi mise,

a qual fine la nuova anima a stare

tra cose tali e lievi.

Ma pure un giorno finirà. Stupore

mi prende a rimirar questa vicenda

senza gioia né scopo,

quasi in deserto verde e solitario

giardino al sole vibra,

tra un’estasi di uccelli ed un fiorire

liscio di rose, il gemito del vento.

(Anna Maria Ortese, da LA LUNA CHE TRASCORRE, Empirìa)

Davanti al porto

Bottoni

 Oggi ripubblico qui un mio vecchio racconto, a cui sono particolarmente affezionata.

*

“Oh finalmente! Ecco, adesso li sistemo qui in fila, poi faccio l’appello…”

A tutto rinuncerebbe tranne che a loro. Certo, può sembrare ridicolo ma è proprio così. La cosa più preziosa per quest’uomo sono i bottoni.

Alfio è nato poco prima della fine della guerra, in una casa grigia e rosa abitata da una schiera di fratelli e sorelle. Nove in tutto compreso lui, l’ultimo arrivato. Il paese sul mare, là nel sud, non l’ha mai visto, perché la famiglia nel frattempo è sfollata in Brianza, nella piana lombarda.

Sua madre però spesso gli ha raccontato della vigna, l’immensa vigna del nonno, i cui filari carichi di grappoli sfioravano il terreno. In quegli attimi Alfio è rimasto in ascolto a occhi chiusi e gli è sembrato di sentire l’odore dei raspi e delle foglie. Hanno tutte un fascino particolare le storie di mamma. Quella del bagno nel mosto gli è sempre sembrata la più bella.

Tempo di vendemmia, primo mattino. Sette anni compiuti da poco. Mamma si era svegliata presto con una grande voglia di muoversi, non riusciva a stare ferma. Era corsa in cantina, camminava canticchiando in mezzo alle vasche. All’improvviso si era arrampicata sulla scala e si era sporta sull’orlo della botte per vedere fino a dove arrivava il misterioso intruglio nero. Il busto le era scivolato in avanti, aveva perso l’equilibrio e si era ritrovata ad annaspare tra i fumi del liquido in fermentazione. Le forze la stavano abbandonando, ubriaca di vapori e di succo non sapeva cosa fare, si sentiva svenire. Ormai quasi incosciente si era strappata un bottone e lo aveva lanciato lontano. Il caso aveva voluto che finisse sulla testa di un garzone, un ragazzo che si trovava lì a dare una mano. Se l’era rigirato tra le dita, lui, quel piccolo disco di stoffa impregnato di vino e aveva avuto un’intuizione folgorante. Era corso a guardare in cima, si era affacciato sulla vasca e aveva veduto la bambina, più morta che viva. Così mamma era stata messa in salvo: grazie al bottone.

In altre occasioni gli aveva raccontato di una notte cupa in cui aveva sentito lamentarsi i fantasmi. Tremava di paura, rannicchiata nel letto era sul punto di scoppiare in lacrime. I genitori fuori, la casa scura… Sul comodino lei teneva una coppia di maracas che si era appena costruita con due latte riempite di bottoni, allora le aveva afferrate nel buio, le aveva agitate con tutta la forza del mondo e come per incanto i lamenti erano spariti, non li aveva uditi più.

Insomma, mamma era davvero in debito con i bottoni, anche se in seguito era venuta a sapere che a lamentarsi non erano stati i fantasmi bensì le lumache che bollivano in pentola per il pranzo del giorno dopo.

-Ma come? Le lumache si lamentano? – chiedeva Alfio ogni volta, e lei rispondeva – Sì perché si mettono in pentola vive, come le streghe sul rogo – e a Alfio si faceva la pelle a pollo e le si tuffava tra le braccia.

Ne è passato di tempo”, pensa Alfio. Adesso lui sta a Milano, in un condominio di periferia. Mamma è tornata al paese, ha quasi novant’anni. I fratelli sparsi per l’Italia hanno generato una nutrita schiera di bambini, è difficile perfino ricordarsene i nomi. Alcuni anzi non sono più bambini, sono uomini e donne, di già. Alfio invece è cresciuto quasi esclusivamente di statura. Non si è mai sposato, non hai mai avuto grande interesse per le donne. Il tempo libero lo impiega in altro modo. Fa il rappresentante di moquette, vive in un bilocale con gli infissi verniciati di arancio perché gli piacciono le tinte accese. Al tramonto, quando nessuno lo guarda, lancia nel vento il pane grattugiato per il popolo dell’aria. E’ già stato richiamato dall’amministratore perché i vicini hanno protestato, ma lui persevera, convinto com’è di essere nel giusto. Una coppia di piccioni ha fatto il nido sul suo balcone e per non disturbarla ormai apre solo la finestra. A sera di tanto in tanto esce per incontrare gli amici del bar, ma la sua grande passione è la raccolta dei bottoni. Ne ha tre cassetti pieni, delle fogge e misure più svariate. – A rapporto Torretta! – dice a quello alto con il profilo frastagliato. Il Torretta non lo ha mai deluso, è un autentico fuoriclasse. Durante il campionato i bottoni vengono disposti con cura sul tavolo e divisi per colore in due squadre. Quindi la partita può avere inizio. Con il polpastrello dell’indice che scivola su quello del pollice, Alfio spinge i giocatori a battersi fino all’ultimo goal. Le porte sono ai bordi del marmo, segnate con il carboncino. Quest’anno la squadra dei Beige va forte, ha appena acquistato un Nocciola chiaro che all’attacco ha dimostrato di essere una bomba. “Bisogna che mi dedichi di più ai viola, in coda alla classifica da anni,” pensa, “li farò saltellare ogni giorno nello scolapasta, una bella doccia fredda e via!”

Alfio soffre per le cose terribili che accadono nel mondo, ma sa che al male non c’è rimedio e si consola concedendosi attimi di felicità a quattro o a due buchi in una dimensione tutta sua, dove il resto non esiste. Però da poco è successa una cosa nuova, un fatto che non riesce a tenere fuori dal cervello. Il ventuno di settembre duemila e tre, domenica pomeriggio, gli hanno presentato Lisa. Ancora non può dire di conoscerla bene, ma gli piace, è simpatica, ha le iridi che catturano la luce. Forse un cambiamento per lui era inevitabile, aveva sognato da poco di traslocare. Doveva essere stato un sogno dentro l’altro, il sogno del trasloco, una specie di scatola cinese, di bambolina russa con le guance colorite come quelle di Lisa. “Ma in lei non c’è solo la Russia o la Cina, in lei c’è il sistema solare”.

Era vestita di arancio al primo appuntamento, quando Alfio l’aveva invitata in pizzeria. “Sembra la mia porta”, aveva pensato, quindi aveva cercato con curiosità l’apertura dell’abito. Una cerniera lampo correva un po’ nascosta lungo il fianco sinistro di Lisa. “Meglio, almeno non perderò la testa per i suoi bottoni”. Appena si erano seduti sugli sgabelli impagliati del locale, Lisa gli aveva detto d’un fiato:

– Ho la stupidera, le mani sudate e stanno per venirmi le mie cose.

Alfio aveva annuito imbarazzato, lei se n’era accorta e per rimediare aveva aggiunto:

– Quando mi vennero mia madre disse che da quel momento dovevo stare attenta ai ragazzi. Da allora infatti non faccio altro che guardarli!

Alfio non era sicuro di avere capito bene la battuta, però aveva riso e la serata aveva preso una buona piega, poi si erano salutati senza prendere accordi.

L’altro giorno si sono incontrati al mercato del sabato, abitano nella stessa zona. Si sono detti: – vediamoci domani – e domani è oggi, per la precisione è stasera.

Alfio ha tolto dall’armadio i pantaloni blu con le pinces, la camicia bianca e la giacca di gabardine. Si guarda allo specchio soddisfatto, ha un aspetto giovanile, da ragazzo brizzolato. Sorride, poi si accorge di avere un bottone che balla. Non vuole correre rischi. Si sfila adagio la camicia per non stropicciarla, prende ago, filo, e cuce. Si cucirebbe addosso tutto quanto in questo istante, tutti i bottoni, persino quelli grigi e tutte le stelle appese in cielo, pure se non mandano lampi, pure le più smorzate. “A che starà pensando Lisa? Al cinema non parleremo, guarderemo il film. Dopo magari. Sì, parleremo dopo. Faremo una passeggiata. Le dirò che lei non è la solita smorfiosa, ma una donna semplice, come piace a me. Io mi sento che stasera ci scappa un bacio”.

Lisa si è data il profumo dietro i lobi, però è mogia. Si è svegliata con le borse sotto gli occhi e si vede brutta. Passa e ripassa il correttore intorno alle orbite, ma la situazione non migliora. Decide di fare finta di niente e di puntare sulla simpatia. Il vestito a fiori in fin dei conti non è male, le amiche dicono che le dona molto.

I passi dei due stanno convergendo. Si sono dati appuntamento davanti alla fermata del tram. Il cinema è in centro. Il viaggio dura un’eternità, Lisa guarda fuori dal finestrino anche se forse l’unica cosa che le riesce di vedere è la sua faccia riflessa, Alfio ha le mani sudate. Finalmente arrivano a destinazione, tutto quello sferragliare era davvero insopportabile. Pagano alla cassa e si accomodano, la schiuma di una birra inonda lo schermo mentre un ragazzo con lo skate-board corre radente ai muri di New-York. Poi il buio si fa completo, cominciano a scorrere i titoli di testa. Lisa e Alfio tengono i gomiti sullo stesso bracciolo, le loro dita si cercano. La pellicola è impressionata d’amore ma entrambi non si lasciano spaventare, hanno deciso di farsi coraggio. Le cose sembrano facili se si è avvolti da melodie struggenti e se davanti agli occhi si aprono tramonti mozzafiato.

Le luci si riaccendono. Alfio spalanca il palmo e sbigottito ce ne trova un altro più piccolo. Lisa lo invita a uscire, la sala è già quasi vuota. Gli ha appena suggerito l’idea di un gelato sui Navigli, dove di gelaterie ce n’è un’infinità, una dietro l’altra.

– D’accordo, passiamo a comprarlo però lo mangiamo da me, ti va?

– Perché no? – dice Lisa.

La vaschetta di polistirolo è sul tavolo, i bottoni dormono quieti nei cassetti. Alfio le passa il braccio intorno alle spalle e la lampo, che stavolta è sulla schiena, fa zip, scende piano. Lisa gli sta slacciando un bottone, non ci riesce, Lisa è folle d’amore. Il gelato si squaglia, tre bottoni cadono sul pavimento. Quando Lisa si appassiona diventa una furia. – Assaggiamo il gelato – fa Alfio, preso in contropiede. Lei capisce di avere esagerato, raccoglie da terra i bottoni. Alfio guarda nella vaschetta. Tra mandorla e pistacchio è avvenuto l’inevitabile, adesso non sa bene che fare, si avvicina di nuovo a Lisa, è impacciato. Zip, la lampo viene spinta un po’ più giù, anche loro vengono spinti giù da una specie di onda anomala, tanto da cadere stesi sul divano. “Qualche bottone è ancora attaccato”, pensa Alfio, ma è questione di un attimo, poi si strappa di dosso la camicia e i madreperla schizzano via come durante le partite. Forse quest’anno il campionato verrà sospeso. Forse ai madreperla non sarà mai dato modo di salire in vetta alla classifica. Però hanno la grinta dei tappi di champagne, non c’è ombra di dubbio. Rotolano, rimbalzano, capitombolano e ciò nonostante sono di ottimo umore, basta sentire come tintinnano.

(da “INCONTRI di STAGIONE”, Zephyro Edizioni, 2004)

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