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Poesie, prose, foto e dipinti

Vendemmiando parole

Oggi ospito uno scritto dell’amico Ruggero Dondi, attore. Una pagina di diario che condivido volentieri; una riflessione sul teatro, sulla natura, sulla vita.

 

Arrivo con Delfina sulla collina di vigne e davanti a me le Langhe e sotto a una distanza proibitiva la tenuta Carretta dove abbiamo riservata una stanza per docce e riposo. Le tende sono montate, così i fari che le devono illuminare e quelli puntati sulla vecchia casa padronale, ridotta ad affascinante rudere. Da domani dovremo leggere l’opera omnia di Pavese dalle 10 alle 24. Siamo in tre. Ce la faremo. Vengono piazzati otto amplificatori che porteranno la nostra voce nelle vigne e, come sapremo dal sindaco il giorno dopo, in tutto il paese di Piobesi. Siamo nel Roero e dalla collina le Langhe le vediamo di fronte a noi a una decina di chilometri. Simona una bella giovane dagli occhi intelligenti e malinconici, per come si porta a spasso per le vigne gli amplificatori da 40 chili conviene farsela amica, dormirà nella camera della tenuta, io e Marco nella tenda grande e Delfina antropologa lettrice uno ottanta, in una tendina delle bambole, che scopriremo, alla prima pioggia, anche piscina. Lo scenografo ha fatto davvero un buon lavoro. Le colline a 180 gradi, le vigne e più tardi la luna e le stelle, né mancheranno tuoni e fulmini qualche sera dopo, nessuna sovvenzione ministeriale avrebbe potuto permetterci un tale allestimento.

Una notte umida e freddocchia ci tiene compagnia la prima notte. Colazione con torta e cappuccino alla mattina e al rintocco delle dieci si parte con “ciau Masino”. Leggo davanti alle sedie vuote fornite dal Comune. La consegna è celebrare i cento anni dalla nascita di Pavese e fossero pure le parole al vento noi la celebreremo. Leggo per 2 ore poi Delfina mi dà il cambio. Io e Marco scendiamo in auto alla tenuta facendo un lungo giro che passa per il paese. La sorpresa è tanta a sentire le parole sulla provinciale per Asti. Anche la fame è tanta e a quella ci pensano Valter Massimo e Gaetano, ristoratore, cuoco e cameriere. Si meritano una biografia a testa. Sarà la prossima nostra impresa. E Delfina cuoce sotto il solleone con Ciau Masino e quando Marco verso le 15 le dà il cambio è bruciata dal sole e mezzo svenuta. I cambi sono più frequenti per il caldo impietoso. Io e Marco in mutande, Delfina, dignitosa, no.

Arriva una Signora, la prima che si vede quassù dopo 6 ore, il giorno dopo ci porterà squisiti dolciumi. Poi altri alla spicciolata. Qualcuno si siede e ascolta, altri appena ci vedono se ne vanno, altri li scopriamo tra le vigne scendendo a piedi alla Carretta. Chi ascolta, chi parla, chi al ristorante a mangiare. Le parole di Pavese come un vento tra gli alberi e le vigne, implacabili, senza interruzioni scendono su tutto. Chi le lascia scivolare, chi le raccoglie per un tratto e le abbandona e passa oltre. Scendere alla Tenuta a piedi non è poi così terribile. Si scende tra i filari delle vigne per 300 metri poi una curva a sinistra e altri 300 metri di rettilineo in pianura. La strada la faremo più volte per riempire di petrolio e accendere le fiaccole che la sera indicheranno agli “ascoltatori pellegrini” la via per arrivare alla scaturigine delle voci. Arrivati in cima alla collina il premio ai coraggiosi, la visione fantastica di figure umane a 200 metri, piccine piccine, sedute davanti alla tenda.

Alle 9 della prima sera raccolgo la telefonata del sindaco preoccupato per la quiete degli elettori “disturbati”dalle parole di Pavese. Nei giorni successivi si “tranquillerà” ché quelli, ci diranno, al balcone, come musica delle vigne, le ascoltano. E gli mancheranno. Seguono i giorni e il secondo arrivano Matteo e i suoi amici, un manipolo di cineasti professionisti, che da 2 anni per loro piacere stanno realizzando un documentario su Pavese. Si piazzano in tenda e non ci lasceranno più. Mentono “che saranno presenze invisibili” e invece ci troveremo sovente telecamere e microfoni pericolosamente appiccicati. Implacabili anche loro come le parole di Pavese e temerari come noi tra il solleone e i lampi e acquazzoni shakespeariani, non ci molleranno un momento. E per il loro bene spero ne uscirà un capolavoro.

Il vero pubblico lo aspettiamo per Sabato il quinto giorno: un pullman da Torino dal Circolo dei Lettori, ma intanto qualcosa si muove. I mattini la platea è vuota, ma come nelle preghiere fidiamo che Qualcuno ascolti. Nelle prime ore del pomeriggio arriva qualche Angelo, la signora dei dolciumi e altri, e noi ricambiamo con caffè. La sera poi 20, 30 persone ci sono sempre. E qualcuno rimane anche 3 o 4 ore a fila seduto in ascolto. Senza obbligo di farlo come nei teatri. Un miracolo. Sabato, il giorno del pienone, si scatena il cielo e grandina e piove e lampeggia soprattutto a sera e il culmine del tuono in ”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Noi sotto la veranda della tenda, la pioggia non ci risparmia e il manipolo più coraggioso del “Circolo dei Lettori” stretti sotto un gazebo di fronte a noi, provvidenziale ma insufficiente. Avanti fino alle 3 del mattino con la “Luna e i Falò” ma della prima nessuna traccia e i secondi “magari”. A Mezzanotte il pullman rientra a Torino e intrepidi e raggelati solo Marco e Delfina vanno avanti. Io sento le loro voci nella stanza fino alle 3 della Domenica. E poi dormo.

Nel pomeriggio di Sabato all’arrivo del pullman nel cielo una schiarita. Arrivano i bambini e urlano mentre leggo. E io, che sono attore, sulle prime mi scoccio. Poi rifletto che non sono attore lì, ma la voce delle vigne. E i bambini che devono fare tra gli alberi? Giocare. Ci stiamo bene tutti tra gli alberi e le stelle. E io e bambini siamo gli alberi e le stelle, sgravati della nostra umanità. E qui ho la percezione che stiamo facendo una cosa nuova grazie alla tecnologia che diffonde la nostra voce lontano, e antica per la tecnologia dei teatri greci che faceva l’uguale.

“Il teatro dei greci”, il teatro della libertà. Liberi dalla propria umanità gli attori come dei dietro la maschera, liberi di andare e venire e giocare e mangiare gli spettatori durante l’agone tragico che andava avanti per giorni e giorni ininterrotto come onde del mare. E penso che sarà difficile per me rificcarmi in un teatro, dove l’umano è necessario e il meraviglioso obbligatorio. Sono stato un vento tra le foglie, ho vendemmiato parole. Dove potrò più andare? L’ultima sera della maratona sulle ultime battute del diario di Pavese è suonata la sveglia, abbiamo spento le lampade da campo e Marco i riflettori. E’ rimasta una luna piena in un cielo di stelle tra le vigne. E il silenzio.

Per lunghi 10 minuti le trenta persone sedute in silenzio per l’epilogo. Un momento perfetto. Un solo rammarico: l’assenza tra noi di un centenario Pavese. Vale la pena vivere, non fosse altro per arrivare fino a qui.

Scritto da Ruggero Dondi nel settembre 2008, dopo l’evento “Dove sono nato non lo so”

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2 pensieri su “Vendemmiando parole

  1. Le Langhe affascinanti

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