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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “marzo, 2016”

Il pulcino cosmico (di G. Rodari)

In occasione della Pasqua, una favola per tutti noi. Perché le favole fanno bene anche agli adulti, specie se rincuorano come questa di Rodari. Auguri!

(Tratta da Favole al telefono. Einaudi)

 L’anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla, dall’uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa: un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, ma con un berretto da capitano in testa e un’antenna della televisione sul berretto.
Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tutti insieme: Oh, e dopo questo oh non trovarono più parole.
Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta.
– Come siete indietro su questo pianeta, – osservò, – qui è appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è già mercoledì.
– Di questo mese? – domandò il professor Tibolla.
– Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Ma con gli anni siamo avanti di venticinque.
Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù per sgranchirsi le gambe, e borbottava:
– Che seccatura! Che brutta seccatura.
– Cos’è che la preoccupa? – domandò la signora Luisa.
– Avete rotto l’uovo volante e io non potrò tornare su Marte Ottavo.
– Ma noi l’uovo l’abbiamo comprato in pasticceria.
– Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è una nave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono il suo comandante, travestito da pulcino.
– E l’equipaggio?
– Sono io anche l’equipaggio. Ma ora sarò degradato. Mi faranno per lo meno colonnello.
– Be’, colonnello è più che capitano.
– Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi il grado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere. La mia missione è fallita.
– Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo di che missione si trattava.
– Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltanto aspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segreto si fosse fatto vivo.
– Interessante, – disse il professore, – avete anche degli agenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarlo alla polizia?
– Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico, e vi farete ridere dietro.
– Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, ci dica qualcosa di più su quegli agenti segreti.
– Essi sono incaricati di individuare i terrestri che sbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni.
– E’ piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamo nemmeno dove si trovi Marte Ottavo.
– Lei dimentica, caro professore, che. lassù siamo avanti col tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo già che il capitano dell’astronave terrestre che giungerà su Marte Ottavo si chiamerà Gino.
– Toh, – disse il figlio maggiore del professor Tibolla, – proprio come me.
– Pura coincidenza, – sentenziò il cosmopulcino. – Si chiamerà Gino e avrà trentatré anni. Dunque, in questo momento, sulla Terra, ha esattamente otto anni.
– Guarda, guarda, – disse Gino, – proprio la mia età.
– Non mi interrompere continuamente, – esclamò con severità il comandante dell’uovo spaziale. – Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altri membri dell’equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza che se ne accorgano, e per educarli come si deve.
– Cosa, cosa? – fece il professore. – Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini?
– Mica tanto. Primo, non li abituate all’idea che dovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnate loro che sono cittadini dell’universo; terzo, non insegnate loro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste; quarto…
– Scusi comandante, – lo interruppe la signora Luisa, – come si chiama di cognome quel vostro Gino?
– Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. Gino Tibolla.
– Ma sono io! – saltò su il figlio del professore. – Urrà!
– Urrà che cosa? – esclamò la signora Luisa. – Non crederai che tuo padre e io ti permetteremo…
– Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino.
– Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potrò tornare a casa anch’io.
– E l’uovo? – domandò con un sospiro la sorellina di Gino.
– Ma lo mangiamo subito, naturalmente.
E così fu fatto.
Bergenia e Muscari 001

Acque

L’ACQUA E’ PIU’ VICINA A NOI DI QUANTO NON LO SIA LA TERRA.

(Da “Storia di una vita”, di Aharon Appenfeld. Guanda editore)

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Tecnica mista

Ode alla cima

Fiori molli distesi

orecchie chiare

da mordicchiare adagio

ad una ad una.

Indugio foglie poi

prendo il respiro

prendo e mi tuffo

al centro di un boccone.

Scivola il viaggio fino

nella gola fino in cucina

di credenza al piano

stupito affaccio

sguardo da bambina.

Pasta che odori

di mimosa e viola

piccole orecchie

che mi state in mano

ad ascoltar la mia

fame d’amore.

Coi rebbi adesso frugo in un

passato che è stato appena

giusto l’altro ieri

ma già avvizzisce e presto

andrà scordato.

Grazie mia cima

cima del principio

cima di rapa

dolce attracco antico.

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La guerra non ha un volto di donna

In occasione dell’otto marzo il mio pensiero va a tutte le donne sovietiche ex-combattenti nella II guerra mondiale (e lo estendo alle donne che sono tuttora costrette ad attraversare altre sanguinose guerre). Consiglio la lettura del libro (Premio Nobel per la letteratura 2015) di Svetlana Aleksievic, “La guerra non ha un volto di donna” (Bompiani), una toccante raccolta di testimonianze delle sopravvissute all’aggressione che Hitler scatenò verso Oriente nel 1941, in cui persero la vita milioni di persone. Qui sotto, un breve stralcio.

Quando mi hanno detto… ecco, queste parole: “La guerra è finita!” senza por tempo in mezzo mi sono seduta… sul tavolo operatorio. Con il mio dottore avevamo stretto un patto: il giorno in cui ci avrebbero detto “La guerra è finita!” ci saremmo seduti sul tavolo sterile. Per fare una cosa inaudita. Tant’è che non permettevo mai a nessuno di avvicinarsi al tavolo sterile, tenevo tutti a debita distanza. Io indossavo sempre guanti, mascherina e una blusa sterile ed ero io a porgere ai chirurghi quello che occorreva: tamponi, ferri… E qui invece, oplà, mi sono seduta su quel tavolo… Che cosa sognavamo? Anzitutto, naturalmente, di vincere. In secondo luogo di restare vive. Una diceva: “Finita la guerra, avrò un mucchio di bambini”, un’altra: “Mi iscrivo all’università”. Un’altra ancora: “Passerò tutto il mio tempo dal parrucchiere, mi vestirò elegante, baderò di più al mio aspetto”. Oppure: “Mi comprerò dei buoni profumi. Una sciarpetta, una spilla”. Ed ecco che quel momento era venuto… E tutti si erano fatti all’improvviso silenziosi… 

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(Senza titolo, acrilico su carta)

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