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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “agosto, 2016”

Da Euridice a Orfeo

Perché voltarti mentre camminavi?

Con me al seguito procedevi piano,

attraversando acque contromano

pur di riavermi a tutto t’arrischiavi.

 

Nel regno d’ombre non ti rassegnavi

a lasciarmi vagar: -Luogo inumano,

che il respiro tramuta in atto vano,

torna alla lira, al sole, a Orfeo che amavi!-

 

E’ la pazienza la virtù di un forte

stupido caro che m’hai sussurrato:

-D’un breve occhieggio non s’accorgeranno!-

 

Ma ogni dio, pur minore, accusa il danno,

nulla gli sfugge, specie se ingannato.

E il guardo tuo d’amore mi diè morte.

 

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Buio con luce dentro

Molti anni fa scrissi una pièce che s’intitolava così. La provammo in teatro per qualche tempo con il gruppo teatrale di allora. Purtroppo, come a volte accade, nacquero tra di noi profondi dissapori e quel lavoro non venne mai più messo in scena. Il copione giace in casa da qualche parte, in attesa, magari, di venire un giorno riletto. Non so perché ne scrivo oggi, forse perché da qualche anno rivado spesso ai miei trascorsi teatrali o forse, come in questo caso, perché ci sono immagini che mi colpiscono sempre e mi fanno rivivere passate sensazioni. Ecco, nella foto scattata in montagna un paio di notti fa, c’è proprio quel “buio con luce dentro” introvabile nelle nostre città, inquinate, oltreché dall’aria, dall’illuminazione artificiale;  quel misterioso pozzo nero in cui amo immergermi, dove di visibile resta solo la luna.

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Da “Le piccole persone” di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese mi fa riflettere ed emozionare, sempre. Voglio condividere un breve stralcio tratto da “Le piccole persone”, libro pubblicato recentemente da Adelphi. Si tratta di una raccolta di scritti per lo più inediti, che coprono un arco cronologico che va dal 1940 al 1997, anno precedente a quello della sua morte.

(…) questa Natura, con i suoi rituali eterni e la sua segreta tristezza, ci parla invariabilmente di un passato, di una partenza, di un Altrove raggiante, di pace, e del giorno in cui ne fummo allontanati. E senza questa memoria di una ferita ormai indimostrabile, di questo lutto in sogno, esodo e frontiera perduta, forse non si può “scrivere”. Perché scrivere, quando non si giochi, è proprio questo: cercare ciò che manca, dappertutto – bussare a tutte le porte – raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci, i silenzi – scritti in ogni corteccia d’albero, in ogni dura pietra, quando non pure nelle risuonanti, sempre uguali narrazioni del mare.

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