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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “novembre, 2016”

Mira la via

Ripubblico oggi un vecchio, brevissimo racconto, nato dal felice incontro (avvenuto nel 2001) con Meera Hashimoto, artista giapponese, maestra di pittura e di meditazione. Desidero oggi dedicarlo agli invisibili cari che mi abitano e accompagnano.

Guardava la via, la guardava bene, ma non decideva mai in anticipo che direzione prendere. A Mira piaceva improvvisare. Svoltare, tirare diritto, tornare indietro. Amava il cambiamento repentino, da cui nasceva sempre una sorpresa. Negli ultimi tempi, però, la via era sparita e lei non sapeva più dove si trovava. Le sembrava di viaggiare a mezz’aria. Certe volte le sbucavano le dita, tra le nuvole basse: faceva quasi fatica a riconoscerle. Eppure aveva sempre avuto piena coscienza di sé e ottimo senso di orientamento. Smarrita, non sapeva da che parte  voltarsi. Non riconosceva destra e sinistra, alto e basso, dentro e fuori. Si sentiva un fantasma. La cosa cominciava a pesarle, allora disse:

– Voglio essere un fantasma arlecchino.

Dove prendere i colori, ecco il problema. Intorno non c’era niente, solo massi, polvere.

Mira abbassò le palpebre, le strinse forte. Comparve prima l’arancio, poi il carminio. Ma non appena aprì gli occhi i colori svanirono. Che fare? Non poteva tenere sempre gli occhi chiusi. Non poteva evitare di guardarsi intorno a cercare l’orizzonte. La situazione era poco piacevole, complicata, senza apparente via d’uscita. D’istinto decise di darsi una spinta. Non pensava di avere tanta forza. Invece si sollevò nello spazio come una ballerina. Era una situazione strana galleggiare nell’aria e non nell’acqua. Ma in quel preciso istante iniziò a piovere. L’acqua si fece viva, insomma, come a reclamare un suo diritto. O quanto meno, così parve a Mira. Che ne ammirò la determinazione. Il cielo si squarciò e s’intravide un lampo. Mira cominciava a sentirsi di nuovo a suo agio. Saltellava, sudava. Le gocce di pioggia e di sudore le avevano bagnato il vestito e strofinando le mani sulla stoffa l’era rimasto  sui polpastrelli un cobalto venato di viola. Disegnò ali sulle braccia e provò a muoverle ritmicamente. L’attrito con l’aria non le consentiva di spiccare il volo, ma il sangue si ossigenava, circolava. Lei continuava a saltare. Saltava e insieme le usciva dalla gola una voce forte. Mira era leggera a vedersi, ma il suo corpo si stava radicando. Le piante dei piedi ritrovarono la terra; sotto le unghie fango, fango, tanto fango. La pelle si tinse di un colorito bruno, con delle sfumature chiare. Adesso sì che erano evidenti, le vedeva brillare. Erano verde limone, oliva, pistacchio. Un breve tratto di via le si era aperto intorno. Un cerchio di smeraldo.

Mi siedo qui a giocare – pensò.

E così fece. Scavò una buca profonda. L’acqua della pioggia continuava a scendere, ma non riusciva a riempire la buca. Mira scoppiò a piangere. La pozza d’acqua crebbe, arrivò fino all’orlo. Era leggermente salmastra. Lei v’immerse la cosa di fango che aveva appena finito di plasmare. Una figuretta. Con sembianza umane, forse. O forse animali. L’acqua cambiò consistenza. Cerchi concentrici sulla superficie della pozza, bollicine. Piccole esplosioni di mota, a raggiera. Poi tutto si fece immobile. Aveva smesso di piovere. 

Mira guardò davanti a sé. Stava calando la notte. La strada, lentamente, cominciava a biancheggiare. Poi divenne come una pennellata decisa, che andava. Mira si alzò. La via era segnata. Sembrava quasi non avere fine.

– Mistero! – Sussurrò lei nel buio.

Si stese un attimo e il nero l’avvolse.

(Da “Incontri di stagione”, Zephyro Edizioni)

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Tegole rosse – / con te bambina volo / sopra l’inverno.

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Di madre in figlia

Tanti, negli anni, i lavori teatrali presentati in sporadiche occasioni e prematuramente archiviati. Tanti i progetti rimasti purtroppo nel cassetto, anche per via di una scarsa capacità di gestione e di una innata indolenza . Il tempo fugge e Seneca me lo conferma ad ogni piè sospinto mentre leggo il suo “De brevitate vitae”. In puncto fugientis temporis pendeo, sono sospeso in un istante del tempo che fugge – scrive. Forse proprio per questo, anche se a tutta prima può apparire contraddittorio, mi piace indugiare adesso ancora più a lungo di un tempo su libri e trattati filosofici, nella consapevolezza crescente che “è un punto quello che viviamo, e ancor meno di un punto” e che affaccendarsi, tutto sommato, è cosa vana. Eppure ancora mi capita di riandare a trascorsi lavori teatrali che avrebbero, forse, meritato da parte mia minore incuria. Uno di questi è lo spettacolo “Dhvani/Risonanze”, che vedeva in scena, oltre alla sottoscritta, Daria Dāmini, ottima danzatrice di Bharatanatyam, nonché figlia mia. Iniziavo parlando al pubblico delle acque sotterranee di Milano per arrivare lentamente (e soprattutto attraverso la danza) a indagare il mistero della trasmissione di una passione, che spesso passa di madre in figlia. Esordivo parlando di acque segrete, quelle che appunto scorrono nei meandri del sottosuolo milanese. Ecco un breve stralcio del testo nella sua prima stesura.

D’acqua era coperta tutta la terra” – è scritto sulla Gènesi.

La fonte del Paradiso Terrestre irrigava tutto l’universo… e poi… le acque del Mar Rosso, quelle del Giordano, Mosé che fa scaturire le acque dal deserto…

Mia nonna raccontava che sua madre teneva in casa una quantità incredibile di ampolle di acqua benedetta… Milano era una città d’acqua… A volte mi sembra di avvertirne la presenza sotterranea… Acque che nel buio formano una specie di tela di ragno. La terra di mezzo, significa il nome Milano. A due passi dal Ticino e dall’Adda, attraversata dall’Olona, dal Lambro, dal Nirone, dal Seveso. Qui, ai tempi degli Sforza, il Naviglio lambiva l’Ospedale Maggiore. E a Santo Stefano c’era un laghetto, porto di approdo di molte imbarcazioni. Leonardo arrivò a Milano nel 1482 e vi restò fino al 1499…

Se l’omo ha in sé il laco nel sangue, dove cresce e dicresce il polmone nello alitare, il corpo della terra ha il suo oceano mare, il quale anche lui cresce e dicresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue diriva vene, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite acque”.

Il laghetto di Santo Stefano nel 1857 venne coperto. E scomparì per sempre.

La nostra prima danza avviene nel ventre, un ventre colmo d’acqua.

Nel Medioevo pensavano che la sapienza dell’anima passasse nel corpo del bimbo attraverso l’utero materno… allora forse… dal ventre passano al figlio anche le passioni della madre…

p.s.

Per chi volesse saperne di più sull’attività di Daria, questo il link al suo sito: http://www.kishkindha-purnayoga.org

( Nell’immagine, il laghetto di piazza Santo Stefano, Milano. Storiedimilano.blogspot.it)

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Su acero e faggio/ si poserà la brina/ malinconia.

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