adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Mira la via

Ripubblico oggi un vecchio, brevissimo racconto, nato dal felice incontro (avvenuto nel 2001) con Meera Hashimoto, artista giapponese, maestra di pittura e di meditazione. Desidero oggi dedicarlo agli invisibili cari che mi abitano e accompagnano.

Guardava la via, la guardava bene, ma non decideva mai in anticipo che direzione prendere. A Mira piaceva improvvisare. Svoltare, tirare diritto, tornare indietro. Amava il cambiamento repentino, da cui nasceva sempre una sorpresa. Negli ultimi tempi, però, la via era sparita e lei non sapeva più dove si trovava. Le sembrava di viaggiare a mezz’aria. Certe volte le sbucavano le dita, tra le nuvole basse: faceva quasi fatica a riconoscerle. Eppure aveva sempre avuto piena coscienza di sé e ottimo senso di orientamento. Smarrita, non sapeva da che parte  voltarsi. Non riconosceva destra e sinistra, alto e basso, dentro e fuori. Si sentiva un fantasma. La cosa cominciava a pesarle, allora disse:

– Voglio essere un fantasma arlecchino.

Dove prendere i colori, ecco il problema. Intorno non c’era niente, solo massi, polvere.

Mira abbassò le palpebre, le strinse forte. Comparve prima l’arancio, poi il carminio. Ma non appena aprì gli occhi i colori svanirono. Che fare? Non poteva tenere sempre gli occhi chiusi. Non poteva evitare di guardarsi intorno a cercare l’orizzonte. La situazione era poco piacevole, complicata, senza apparente via d’uscita. D’istinto decise di darsi una spinta. Non pensava di avere tanta forza. Invece si sollevò nello spazio come una ballerina. Era una situazione strana galleggiare nell’aria e non nell’acqua. Ma in quel preciso istante iniziò a piovere. L’acqua si fece viva, insomma, come a reclamare un suo diritto. O quanto meno, così parve a Mira. Che ne ammirò la determinazione. Il cielo si squarciò e s’intravide un lampo. Mira cominciava a sentirsi di nuovo a suo agio. Saltellava, sudava. Le gocce di pioggia e di sudore le avevano bagnato il vestito e strofinando le mani sulla stoffa l’era rimasto  sui polpastrelli un cobalto venato di viola. Disegnò ali sulle braccia e provò a muoverle ritmicamente. L’attrito con l’aria non le consentiva di spiccare il volo, ma il sangue si ossigenava, circolava. Lei continuava a saltare. Saltava e insieme le usciva dalla gola una voce forte. Mira era leggera a vedersi, ma il suo corpo si stava radicando. Le piante dei piedi ritrovarono la terra; sotto le unghie fango, fango, tanto fango. La pelle si tinse di un colorito bruno, con delle sfumature chiare. Adesso sì che erano evidenti, le vedeva brillare. Erano verde limone, oliva, pistacchio. Un breve tratto di via le si era aperto intorno. Un cerchio di smeraldo.

Mi siedo qui a giocare – pensò.

E così fece. Scavò una buca profonda. L’acqua della pioggia continuava a scendere, ma non riusciva a riempire la buca. Mira scoppiò a piangere. La pozza d’acqua crebbe, arrivò fino all’orlo. Era leggermente salmastra. Lei v’immerse la cosa di fango che aveva appena finito di plasmare. Una figuretta. Con sembianza umane, forse. O forse animali. L’acqua cambiò consistenza. Cerchi concentrici sulla superficie della pozza, bollicine. Piccole esplosioni di mota, a raggiera. Poi tutto si fece immobile. Aveva smesso di piovere. 

Mira guardò davanti a sé. Stava calando la notte. La strada, lentamente, cominciava a biancheggiare. Poi divenne come una pennellata decisa, che andava. Mira si alzò. La via era segnata. Sembrava quasi non avere fine.

– Mistero! – Sussurrò lei nel buio.

Si stese un attimo e il nero l’avvolse.

(Da “Incontri di stagione”, Zephyro Edizioni)

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