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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivi per il mese di “luglio, 2017”

I niul (Le nuvole), di Franco Loi

Prima di augurare a chi passa da qui buon agosto, desidero pubblicare una poesia di Franco Loi, gentilmente segnalatami dall’amico Antonio Fiori, a sua volta poeta e già apparsa il 9 marzo 2012 sul blog di poesia della rai di Luigia Sorrentino (che consiglio di visitare). E’ una poesia in milanese tratta dal libro “I niul”, pubblicato da Interlinea, che bene si accompagna ai miei pensieri e alle fotografie di nuvole che sto scattando compulsivamente da un po’ di tempo a questa parte, alla ricerca (infantile, banale e ingenua, che però continuo in qualche modo a sentire non del tutto vana) di chi ha lasciato questo nostro meraviglioso pianeta blu.

În niul rösa cun di buff de scür
ch’j passa su Milan nel scend la sera…
În niul ch’j sparìss int un fàss ciar
– se sent bujà un quaj can nel fàss de cera
i tecc luntan di câ, rümur se sfànn…
e dré d’un quaj barcun quajvün fa lera,
dü tri bagaj, ‘na balla, el ferr d’un tram…
‘Me che patiss ne l’ òm la luntanansa!
Cume patìss la vita nel tran tran!
Che bèla sera! ‘Me taja ‘l cel la ransa
che fa vegnì süj câ quèl rìdd legger
e a l’umbra di purtun la lüna dansa
tra quèl tasè di üsèj ch’j par penser.
Sono nuvole rosa con sbuffi di scuro / che passano su Milano nel scendere la sera… / Sono nuvole che spariscono in un chiarore / – si sente abbaiare qualche cane nel farsi di cera / i tetti lontani delle case, rumori si smorzano… / e dietro un qualche balcone qualcuno canticchia, / due tre bambini, una palla, il ferro d’un tram… / Come patisce nell’uomo la lontananza! / Come patisce la vita nella monotonia dei giorni! / Che bella sera! Come taglia il cielo la falce / che fa venire sulle case quel ridere leggero / e all’ombra dei portoni la luna danza / tra quel tacere d’uccelli che sembrano pensieri.

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Niente più foglie:

caddero per stupore

di tanto azzurro?

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Qualcosa (Einiges, di W. Kandinsky)

Un pesce si immergeva sempre più in profondità nell’acqua. Era argenteo. L’acqua era turchina. Lo seguivo con lo sguardo. Il pesce andava sempre più giù. Però lo vedevo ancora. Non lo vedevo più. Lo vedevo ancora quando non potevo più vederlo.

Eppure, eppure vedevo il pesce. Eppure, eppure lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo.

Un cavallo bianco stava eretto immobile sulle lunghe gambe. Il cielo era azzurro. Le gambe erano lunghe. Il cavallo era immobile. La criniera pendeva verso il basso e non si muoveva. Il cavallo stava eretto immobile sulle lunghe gambe. Eppure era vivo. Nessuna vibrazione dei muscoli, nessun fremito della pelle. Era vivo.

Eppure, eppure. Era vivo.

Nell’ampio prato spuntò un fiore. Il fiore era azzurro. Era solo un fiore nell’ampio prato.

Eppure, eppure, eppure. C’era.

Wassily Kandinsky

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Che si può fare (Barbara Strozzi)

Che si può fare?
Le stelle rubelle
Non hanno pietà.
Che s’el cielo non dà
Un influsso di pace al mio penare,
Che si può fare?

Che si può dire?
Da gl’astri disastri
Mi piovano ogn’hor;
Che le perfido amor
Un respiro diniega al mio martire,
Che si può dire?

Così va rio destin forte tiranna,
Gl’innocenti condanna:
Così l’oro più fido
Di costanza e di fè, lasso conviene,
lo raffini d’ogn’hor fuoco di pene.

Sì, sì, penar deggio,
Sì, che darei sospiri,
Deggio trarne i respiri.
In aspri guai per eternarmi
Il ciel niega mia sorte
Al periodo vital
Punto di morte.

Voi spirti dannati
Ne sete beati
S’ogni eumenide ria
Sol’ è intenta a crucciar l’anima mia.

Se sono sparite
Le furie di Dite,
Voi ne gl’elisi eterni
I dì trahete io coverò gl’inferni.

Così avvien a chi tocca
Calcar l’orme d’un cieco,
Al fin trabbocca.
   (Sig. Brunacci)

  

 

What can you do?
The stars, intractable,
have no pity.
Since the gods don’t give
a measure of peace in my suffering,
what can I do?

What can you say?
From the heavens disasters
keep raining down on me;
Since that treacherous Cupid
denies respite to my torture,
what can I say?

That’s how it is with cruel destiny
the powerful tyrant, it condemns the innocent:
thus the purest gold
of constancy and faithfulness, alas,
is continually refined in the fire of pain.

Yes, yes, I have to suffer,
yes, I must sigh,
I must breathe with difficulty.
In order to eternalize my trials
heaven witholds from me
the final period of death
to  my lifespan

You spirits of the damned,
you’re blessed,
since all the cruel Eumenides *
are intent only on torturing my soul.

Since the furies of Dis *
have disappeared,
you spend your days in the Elysian fields
while I molder in hell.

Thus it happens that he who follows
the shadow of a blind god
stumbles in the end.
~translation Richard Kolb

* In Aeschylus’s Eumenides, the furies of Dis are guardians of
the underworld that were offered a position of honor in Athens
by Athena, and upon their acceptance were transformed into
the Eumenides, or “soothed ones.” The reference here seems to
combine Aeschylus’s account with that of Dante’s Inferno.

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