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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Pensieri”

La mer

Questo è un post di mare. Post in prosa, giacché il mare è madre, quotidiana gioia,  lieve tuffo al cuore nel ritrovarsela davanti al mattino come da bambini, mentre scaldava il bricco del latte a noi che poco prima di vestirci per andare a scuola ancora ci strofinavamo gli occhi ed eravamo così lenti da costringerla a farci fretta per non arrivare in ritardo a rischio di apparire sempre noiosa, pedante, rompiscatole. Le sue raccomandazioni erano ipnotiche litanie da risacca,  perché il mare è “la mer”, come ripete anche la nota canzone francese. In questi giorni ho respirato la sua aria profumata, mi sono immersa nei suoi colori; sono rimasta incantata a osservare i suoi lunghi riccioli bianchi. “La mer” è una donna attempata, anzi, una donna senza tempo capace di aspettare. Manca, in questa città frenetica. Mancano quei riflessi d’onda su cui gli occhi si divertono a ballare, quegli spruzzi salmastri che arrossano le sclere. E’  lontana, la mer, eppure non tradisce. Resta. A volte si lascia attraversare, altre è impenetrabile, ostile. – Se non righi diritto ti  mando a monte! – minaccia.

Nelle acque nessun confine. Morte e vita indissolubili, a fluttuare.

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In montagna

Un piccolo acquerello, un modo per esprimere la  gioia di stare di nuovo in mezzo ai monti. L’ho fatto in agosto, un agosto che sembra già molto lontano. La felicità di quest’estate è stata maggiore del previsto quando mi sono resa conto di poter di nuovo affrontare ripidi sentieri, quando pensavo di non poterlo più fare per un banale (e tuttavia increscioso e preoccupante) problema al ginocchio. Invece non è stato così, evviva evviva! Quindi ora mi sento di confermarlo con certezza: il piacere di camminare in montagna è per me un’inesauribile fonte di gioia. Stando lassù cambia la percezione delle cose; non solo i miei occhi si beano di tanta bellezza, ma ho l’impressione (o forse la presunzione) che l’intero creato mi parli e mi sussurri:  -Sei minuscola, è vero, ma pur sempre desiderata, attesa, unica.

Che fortuna avere ancora gambe e fiato! Grazie alle pietre, ai larici, all’artemisia, alle marmotte, alle volpi, agli stambecchi. Grazie ai ruscelli, ai pascoli alpini, al vento. A Paolo Cognetti che della vita tra i monti ha saputo cogliere e trasmettere l’essenza con il suo “Le otto montagne”, edito da Einaudi e (giustamente) premiato con lo Strega  2017.

Grazie a tutti i compagni delle alte vie.

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Mami

Penso spesso a lei, mi manca. Cantava, dipingeva, tagliava e cuciva, sferruzzava. Aveva delle mani  e un’ugola d’oro ma la testa tra le nuvole; eppure  dimostrò, alla bisogna, di saper anche essere una donna concreta. Non era puntuale agli appuntamenti e capitava che bruciasse le pietanze (pur essendo un’ottima cuoca) perché aveva la pretesa di fare sempre troppe cose insieme. La ricordo incerta nell’eloquio, alla costante ricerca di frasi che forse non aderivano come avrebbe desiderato al suo pensiero.  Spesso nascondeva i gioielli che le regalava mio padre. Ne perdette parecchi, dato che le capitava di scordare il posto in cui li aveva imboscati. Amava la musica, i bambini, il mare. Era una giocherellona. Aveva degli abiti meravigliosi, che sfoggiava quando si esibiva in pubblico. Di lei restano, oltre a qualche disco della  Fonit-Cetra inciso nel dopoguerra come cantante, molti acquerelli. Eccone uno: Camogli.

Il suo nome era Maria Dattoli.

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La bellezza degli sconfitti

Estraneo a scaltre strategie, a manie di protagonismo. A logiche becere e meschine, a giudizi taglienti, a invidie che il mondo dello spettacolo ben rappresenta , Franco Scaldati era attore, regista e drammaturgo; un artista siciliano di umili origini riservato e schivo, scomparso nel 2013.

A Catania, a Castello Ursino, dove è stato allestito il Museo della Follia, sono rimasta colpita da questa sua frase appesa al muro:

“Gli sconfitti? Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. E’ qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza”.

A confermarlo, se ce ne fosse bisogno, i ritratti di Pietro Ghizzardi, esposti nell’ultima stanza.

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Senza

Per quale ragione, non sapeva.

Tutto appariva sbilenco, avvolto da una luce opaca.

C’erano solo domande, domande senza risposte.

Intorno aleggiava l’odore dell’erba bruciata. Non pioveva da mesi.

Alzò lo sguardo, vide un airone cinerino volare; non era la prima volta, lo aveva già notato il giorno prima.

In quel momento, avrebbe desiderato fondersi con le nuvole, soprattutto con quella che ormai aveva imparato a riconoscere, al di là di ogni sua imprevedibile mutevolezza.

C’erano lo spazio curvo, il tempo curvo, i buchi neri in cui ogni cosa precipitava, la materia oscura, le galassie. Chiamò a raccolta i pensieri e non ne trovò nemmeno uno, quindi scagliò lontano il pennello e lasciò colare sul foglio gli avanzi di colore. Ed ecco che subito un primo pensiero si presentò: la realtà non è come ci appare.

WP_20160915_001.jpg(acrilico su carta)

Buio con luce dentro

Molti anni fa scrissi una pièce che s’intitolava così. La provammo in teatro per qualche tempo con il gruppo teatrale di allora. Purtroppo, come a volte accade, nacquero tra di noi profondi dissapori e quel lavoro non venne mai più messo in scena. Il copione giace in casa da qualche parte, in attesa, magari, di venire un giorno riletto. Non so perché ne scrivo oggi, forse perché da qualche anno rivado spesso ai miei trascorsi teatrali o forse, come in questo caso, perché ci sono immagini che mi colpiscono sempre e mi fanno rivivere passate sensazioni. Ecco, nella foto scattata in montagna un paio di notti fa, c’è proprio quel “buio con luce dentro” introvabile nelle nostre città, inquinate, oltreché dall’aria, dall’illuminazione artificiale;  quel misterioso pozzo nero in cui amo immergermi, dove di visibile resta solo la luna.

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Da “Le piccole persone” di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese mi fa riflettere ed emozionare, sempre. Voglio condividere un breve stralcio tratto da “Le piccole persone”, libro pubblicato recentemente da Adelphi. Si tratta di una raccolta di scritti per lo più inediti, che coprono un arco cronologico che va dal 1940 al 1997, anno precedente a quello della sua morte.

(…) questa Natura, con i suoi rituali eterni e la sua segreta tristezza, ci parla invariabilmente di un passato, di una partenza, di un Altrove raggiante, di pace, e del giorno in cui ne fummo allontanati. E senza questa memoria di una ferita ormai indimostrabile, di questo lutto in sogno, esodo e frontiera perduta, forse non si può “scrivere”. Perché scrivere, quando non si giochi, è proprio questo: cercare ciò che manca, dappertutto – bussare a tutte le porte – raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci, i silenzi – scritti in ogni corteccia d’albero, in ogni dura pietra, quando non pure nelle risuonanti, sempre uguali narrazioni del mare.

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Il Jolly e l’acquerello

Finalmente ti ho incontrato! Mi prendevi tra le braccia, sapevi un po’ di chiodo di garofano e un po’ di curcuma. Si stava bene così abbracciati, il caldo di questi giorni non era un problema. Gli altri sembravano gioire guardandoci e anche tu non facevi che sorridere. Mi sarebbe piaciuto fermarmi molto più a lungo, stare lì con te fino a venirti a noia, ma un raggio all’improvviso ha illuminato il cuscino e tutto il resto è piombato nel buio. Mi è rimasto tra le dita solo l’acquerello che mi ha allungato un tizio giusto un attimo prima di dileguarsi.

… Chi era? … Mah!

…Di sicuro un personaggio eccentrico, vestito da Jolly quasi per intero. Nel presentarsi mi ha detto di saper dipingere l’amore – pensa che ciarlatano –  e poi ha avuto la faccia tosta di aggiungere che quei due sotto la luna siamo noi!

…No, soldi non me ne ha chiesti, ci mancherebbe!

Se devo essere sincera a me non pare un granché, però… però ecco… sì… sono contenta di averlo.

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Vacanza

Ho visto pesci con la coda a rondine, una stella marina, i paguri. La luna rossa, i sassi forati. Ho percorso in fretta il sentiero, volevo acchiappare gli ultimi bagliori del giorno, però ho sbagliato direzione, così sono tornata indietro per paura di perdermi. Poi quel vecchio rifugio affacciato su due baie, il tavolo di legno sotto il canniccio, vermentino a volontà e un gruppetto di freaks a darsi da fare in cucina con grande abilità. Ho pensato che mi mancavi, che tanta bellezza è una lama. La brezza accarezzava il mio squarcio. Quando i bambini hanno cominciato a giocare, non ho potuto fare a meno di spiarli, da loro imparo. E loro mi hanno ricordato che ogni lucciola è faro, pagaia ogni ramo, pupilla ogni pietra.

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Pensiero d’aprile

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Il fiore per caso

Eppure è bella, anima mia, la vita: non fosse che pei giorni in cui le foglie giocano a quale per la prima spunti sui rami; e tu le vedi, così tenere e trasparenti, che ti s’apron l’ali nel rimirarle. Come puoi del mondo tante cose sapere, e non sapere come fa la fogliuzza a tornar verde entro la scorza, ad affacciarsi, e tutta nova ridere al sol che la richiama? La strada lunga che t’importa, e l’essere strappata alla speranza che più cara ti fu, tradita da chi più fedele credesti, se goder sempre t’è dato di questa gioia? E tu la sai ben certa nel giusto tempo: ché non fu mai l’anno senza vicenda di stagioni, e mai fu senza fronda il giovinetto aprile. (Ada Negri)

 

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