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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Pensieri”

Mami

Penso spesso a lei, mi manca. Cantava, dipingeva, tagliava e cuciva, sferruzzava. Aveva delle mani  e un’ugola d’oro ma la testa tra le nuvole; eppure  dimostrò, alla bisogna, di saper anche essere una donna concreta. Non era puntuale agli appuntamenti e capitava che bruciasse le pietanze (pur essendo un’ottima cuoca) perché aveva la pretesa di fare sempre troppe cose insieme. La ricordo incerta nell’eloquio, alla costante ricerca di frasi che forse non aderivano come avrebbe desiderato al suo pensiero.  Spesso nascondeva i gioielli che le regalava mio padre. Ne perdette parecchi, dato che le capitava di scordare il posto in cui li aveva imboscati. Amava la musica, i bambini, il mare. Era una giocherellona. Aveva degli abiti meravigliosi, che sfoggiava quando si esibiva in pubblico. Di lei restano, oltre a qualche disco della  Fonit-Cetra inciso nel dopoguerra come cantante, molti acquerelli. Eccone uno: Camogli.

Il suo nome era Maria Dattoli.

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La bellezza degli sconfitti

Estraneo a scaltre strategie, a manie di protagonismo. A logiche becere e meschine, a giudizi taglienti, a invidie che il mondo dello spettacolo ben rappresenta , Franco Scaldati era attore, regista e drammaturgo; un artista siciliano di umili origini riservato e schivo, scomparso nel 2013.

A Catania, a Castello Ursino, dove è stato allestito il Museo della Follia, sono rimasta colpita da questa sua frase appesa al muro:

“Gli sconfitti? Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. E’ qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza”.

A confermarlo, se ce ne fosse bisogno, i ritratti di Pietro Ghizzardi, esposti nell’ultima stanza.

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Senza

Per quale ragione, non sapeva.

Tutto appariva sbilenco, avvolto da una luce opaca.

C’erano solo domande, domande senza risposte.

Intorno aleggiava l’odore dell’erba bruciata. Non pioveva da mesi.

Alzò lo sguardo, vide un airone cinerino volare; non era la prima volta, lo aveva già notato il giorno prima.

In quel momento, avrebbe desiderato fondersi con le nuvole, soprattutto con quella che ormai aveva imparato a riconoscere, al di là di ogni sua imprevedibile mutevolezza.

C’erano lo spazio curvo, il tempo curvo, i buchi neri in cui ogni cosa precipitava, la materia oscura, le galassie. Chiamò a raccolta i pensieri e non ne trovò nemmeno uno, quindi scagliò lontano il pennello e lasciò colare sul foglio gli avanzi di colore. Ed ecco che subito un primo pensiero si presentò: la realtà non è come ci appare.

WP_20160915_001.jpg(acrilico su carta)

Buio con luce dentro

Molti anni fa scrissi una pièce che s’intitolava così. La provammo in teatro per qualche tempo con il gruppo teatrale di allora. Purtroppo, come a volte accade, nacquero tra di noi profondi dissapori e quel lavoro non venne mai più messo in scena. Il copione giace in casa da qualche parte, in attesa, magari, di venire un giorno riletto. Non so perché ne scrivo oggi, forse perché da qualche anno rivado spesso ai miei trascorsi teatrali o forse, come in questo caso, perché ci sono immagini che mi colpiscono sempre e mi fanno rivivere passate sensazioni. Ecco, nella foto scattata in montagna un paio di notti fa, c’è proprio quel “buio con luce dentro” introvabile nelle nostre città, inquinate, oltreché dall’aria, dall’illuminazione artificiale;  quel misterioso pozzo nero in cui amo immergermi, dove di visibile resta solo la luna.

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Da “Le piccole persone” di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese mi fa riflettere ed emozionare, sempre. Voglio condividere un breve stralcio tratto da “Le piccole persone”, libro pubblicato recentemente da Adelphi. Si tratta di una raccolta di scritti per lo più inediti, che coprono un arco cronologico che va dal 1940 al 1997, anno precedente a quello della sua morte.

(…) questa Natura, con i suoi rituali eterni e la sua segreta tristezza, ci parla invariabilmente di un passato, di una partenza, di un Altrove raggiante, di pace, e del giorno in cui ne fummo allontanati. E senza questa memoria di una ferita ormai indimostrabile, di questo lutto in sogno, esodo e frontiera perduta, forse non si può “scrivere”. Perché scrivere, quando non si giochi, è proprio questo: cercare ciò che manca, dappertutto – bussare a tutte le porte – raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci, i silenzi – scritti in ogni corteccia d’albero, in ogni dura pietra, quando non pure nelle risuonanti, sempre uguali narrazioni del mare.

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Il Jolly e l’acquerello

Finalmente ti ho incontrato! Mi prendevi tra le braccia, sapevi un po’ di chiodo di garofano e un po’ di curcuma. Si stava bene così abbracciati, il caldo di questi giorni non era un problema. Gli altri sembravano gioire guardandoci e anche tu non facevi che sorridere. Mi sarebbe piaciuto fermarmi molto più a lungo, stare lì con te fino a venirti a noia, ma un raggio all’improvviso ha illuminato il cuscino e tutto il resto è piombato nel buio. Mi è rimasto tra le dita solo l’acquerello che mi ha allungato un tizio giusto un attimo prima di dileguarsi.

… Chi era? … Mah!

…Di sicuro un personaggio eccentrico, vestito da Jolly quasi per intero. Nel presentarsi mi ha detto di saper dipingere l’amore – pensa che ciarlatano –  e poi ha avuto la faccia tosta di aggiungere che quei due sotto la luna siamo noi!

…No, soldi non me ne ha chiesti, ci mancherebbe!

Se devo essere sincera a me non pare un granché, però… però ecco… sì… sono contenta di averlo.

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Vacanza

Ho visto pesci con la coda a rondine, una stella marina, i paguri. La luna rossa, i sassi forati. Ho percorso in fretta il sentiero, volevo acchiappare gli ultimi bagliori del giorno, però ho sbagliato direzione, così sono tornata indietro per paura di perdermi. Poi quel vecchio rifugio affacciato su due baie, il tavolo di legno sotto il canniccio, vermentino a volontà e un gruppetto di freaks a darsi da fare in cucina con grande abilità. Ho pensato che mi mancavi, che tanta bellezza è una lama. La brezza accarezzava il mio squarcio. Quando i bambini hanno cominciato a giocare, non ho potuto fare a meno di spiarli, da loro imparo. E loro mi hanno ricordato che ogni lucciola è faro, pagaia ogni ramo, pupilla ogni pietra.

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Pensiero d’aprile

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Il fiore per caso

Eppure è bella, anima mia, la vita: non fosse che pei giorni in cui le foglie giocano a quale per la prima spunti sui rami; e tu le vedi, così tenere e trasparenti, che ti s’apron l’ali nel rimirarle. Come puoi del mondo tante cose sapere, e non sapere come fa la fogliuzza a tornar verde entro la scorza, ad affacciarsi, e tutta nova ridere al sol che la richiama? La strada lunga che t’importa, e l’essere strappata alla speranza che più cara ti fu, tradita da chi più fedele credesti, se goder sempre t’è dato di questa gioia? E tu la sai ben certa nel giusto tempo: ché non fu mai l’anno senza vicenda di stagioni, e mai fu senza fronda il giovinetto aprile. (Ada Negri)

 

Leggendo Javier Marìas

Sto terminando la lettura di un romanzo intitolato: “Così ha inizio il male”, di J. Marias. Questo autore non mi delude mai, da lui mi sento presa per mano già dalla prima riga e accompagnata fino all’ultima. Non rischio di perdermi e seguirlo non mi costa fatica, nonostante la complessità degli argomenti e i frequenti voli pindarici a cui mi sottopone: piccolo-grande miracolo della scrittura, che quando funziona non lascia spazio a fraintendimenti. Cosa che invece capita alle ‘alate’ parole quotidiane, troppo spesso fonte d’incomprensione e di rancore.

Riporto di seguito una frase del romanzo (una tra le tante) che mi ha colpito e che desidero condividere.

“Ciò che era unico finché era segreto e ignoto a tutti, diventa un episodio banale una volta che è stato esposto e gettato nel sacco comune delle storie che si sentono in giro e si mescolano e vengono dimenticate, e che per di più potranno essere riportate e travisate da chiunque per puro caso passi da lì o ne sia raggiunto, perché una volta che le abbiamo liberate, le storie rimangono nell’aria e non c’è modo d’impedire loro di aleggiare o volar via se la bruma le avvolge o il vento le sospinge, e di viaggiare attraverso lo spazio e attraverso il tempo deformate da molteplici echi e dalla lama affilata delle ripetizioni”. 

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Fuori città

Un po’ lo stesso clima che ho attraversato ieri, sul lago, la ritrovo nell’incipit del racconto di Calvino riportato qui sotto. Ieri era caldo, certo, anzi caldissimo. Eh già, questo è un autunno davvero anomalo, come si sente dire in giro ultimamente, specie dopo un’intera settimana di sole. Eppure la trasparenza dell’acqua non apparteneva all’estate. I colori, le luci, erano di novembre. Un sentore di legna muschiata si mescolava alle parole, all’odore dei sassi bagnati, alle sfumature delle foglie. A sera, quando mi sono coricata, ho cercato di trattenere nel buio le immagini della giornata, ho fatto di tutto per portarle con me nel sonno, respirando nella scia delle ore che se n’erano appena andate.

Non gela, da noi, di solito: soltanto alla mattina i cespi d’insalata si svegliano intirizziti, un po’ lividi, e la terra fa una crosta grigia, quasi lunare, che risponde sorda alla zappa. Al piede degli alberi, a dicembre, la terra comincia a pigmentarsi di foglioline gialle che a poco a poco la coprono come una trapunta leggera. L’inverno è più trasparenza d’aria che freddo; e in quell’aria sui rami scheletriti s’accendono centinaia di lampadine rosse: i cachi. (Italo Calvino, “Alba sui rami nudi”, dalla raccolta “Ultimo viene il corvo”)

Nell'orto (foto di A.L.)

Nell’orto (foto di A.L.)

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