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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Racconti”

Parole Presenti

Non vedevo l’ora di dare questo annuncio, e finalmente il momento è arrivato.

Sto parlando della pubblicazione, per Le Mezzelane, del mio ultimo lavoro: Parole Presenti.

Spero di avervi tra i lettori.

 

P.S.

Purtroppo, a causa di un imprevisto, c’è stato un piccolo slittamento in avanti nelle date  di pubblicazione.

Vi darò maggiori ragguagli la settimana prossima!

Buon fine settimana.

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C’è poca aria di stelle

Racconto di Natale di DINO BUZZATI.

 

Nel paradiso degli animali l’anima del somarello chiese all’anima del bue:
– Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia…?
– Lasciami pensare… Ma sì – rispose il bue. – Nella mangiatoia, se ben ricordo, c’era un bambino appena nato.
– Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati?
– Eh no, figurati. Con la memoria da bue che mi ritrovo.
– Millenovecentosettanta, esattamente.
– Accidenti!
– E a proposito, lo sai chi era quel bambino?
– Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un bellissimo bambino.
L’asinello sussurrò qualche cosa in un orecchio al bue.
– Ma no! – fece costui – Sul serio? Vorrai scherzare spero.
– La verità. Lo giuro. Del resto io l’avevo capito subito…
– Io no – confessò il bue – Si vede che tu sei più intelligente. A me non aveva neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un fantolino straordinario.
– Bene, da allora gli uomini ogni hanno fanno grande festa per l’anniversario della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo della serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie famigliari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un’idea. Già che siamo in argomento, perché non andiamo a dare un’occhiata?
– Dove?
– Giù sulla terra, no!
– Ci sei già stato?
– Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo puoi fare dare anche tu. Dopotutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due.
– Per via di aver scaldato il bimbo col fiato?
– Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la Vigilia.
– E il lasciapassare per me?
– Ho un cugino all’ufficio passaporti.
Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi lievi, come mammiferi disincarnati. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume; vi  puntarono sopra. Il lume era una grandissima città.
Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per le vie del centro. Trattandosi di spirito, automobili e tram gli passavano attraverso senza danno, e alla loro volta le due bestie passavano attraverso i muri come se fossero fatti d’aria.
Così potevano vedere bene tutto quanto.
Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della gente che andava e veniva, entrava e usciva, tutti carichi di pacchi e pacchetti, con un’espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. Il somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento.
– Senti, amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi esserti sbagliato.
Qui stanno facendo la guerra.
– Ma non vedi come sono tutti contenti?
– Contenti? A me sembrano dei pazzi.
– Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi.
Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di spirito, fece una svolazzatine e si fermò a curiosare a una finestra del decimo piano. E l’asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta ad un tavolo, una signora molto preoccupata.
Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto mezzo metro di carte e cartoncini colorati, alla sua destra una pila di cartoncini bianchi.
Con l’evidente assillo di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro cartoncino e ricominciava la manovra.
Quanto tempo ci vorrà a smaltirlo? La sciagurata ansimava.
– La pagheranno, bene, immagino, – fece il bue – per un lavoro simile.
– Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società.
– E allora perché si sta massacrando così?
– Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri.
– Auguri? E a che cosa servono?
– Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania.
Si affacciarono, più in là, a un’altra finestra.
Anche qui, gente che, trafelava, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore.
Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all’altra portando spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi, altri scatole altri fiori altri mucchi di auguri.
E tutto era precipitazione ansia fastidio confusione e una terribile fatica. Dappertutto lo stesso spettacolo. Andare e venire, comprare e impaccare spedire e ricevere imballare e sballare chiamare e rispondere e tutti correvano tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.
– Mi avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità, della pace.
– Già – rispose l’asinello. – Una volta infatti era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi… Li ha morsi una misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali.
Il bue tese le orecchie.
Per le strade nei negozi negli uffici nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule buon Natale auguri auguri a lei grazie altrettanto auguri buon Natale. Un brusio che riempiva la città.
– Ma ci credono? – chiese il bue – Lo dicono sul serio? Vogliono davvero tanto bene al prossimo?
L’asinello tacque.
– E se ci ritirassimo un poco in disparte? – suggerì il bovino. – Ho ormai la testa che è un pallone… Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti?
– No, no. È semplicemente Natale.
– Ce n’è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c’era una pace, una soddisfazione. Come era diverso.
– E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena.
– E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano.
– Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano.
– E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle hanno una vita lunga.
– Ho idea di no – disse l’asino – c’è poca aria di stelle, qui.
Alzarono il muso a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c’era un soffitto di caligine e di smog.

Mira la via

Ripubblico oggi un vecchio, brevissimo racconto, nato dal felice incontro (avvenuto nel 2001) con Meera Hashimoto, artista giapponese, maestra di pittura e di meditazione. Desidero oggi dedicarlo agli invisibili cari che mi abitano e accompagnano.

Guardava la via, la guardava bene, ma non decideva mai in anticipo che direzione prendere. A Mira piaceva improvvisare. Svoltare, tirare diritto, tornare indietro. Amava il cambiamento repentino, da cui nasceva sempre una sorpresa. Negli ultimi tempi, però, la via era sparita e lei non sapeva più dove si trovava. Le sembrava di viaggiare a mezz’aria. Certe volte le sbucavano le dita, tra le nuvole basse: faceva quasi fatica a riconoscerle. Eppure aveva sempre avuto piena coscienza di sé e ottimo senso di orientamento. Smarrita, non sapeva da che parte  voltarsi. Non riconosceva destra e sinistra, alto e basso, dentro e fuori. Si sentiva un fantasma. La cosa cominciava a pesarle, allora disse:

– Voglio essere un fantasma arlecchino.

Dove prendere i colori, ecco il problema. Intorno non c’era niente, solo massi, polvere.

Mira abbassò le palpebre, le strinse forte. Comparve prima l’arancio, poi il carminio. Ma non appena aprì gli occhi i colori svanirono. Che fare? Non poteva tenere sempre gli occhi chiusi. Non poteva evitare di guardarsi intorno a cercare l’orizzonte. La situazione era poco piacevole, complicata, senza apparente via d’uscita. D’istinto decise di darsi una spinta. Non pensava di avere tanta forza. Invece si sollevò nello spazio come una ballerina. Era una situazione strana galleggiare nell’aria e non nell’acqua. Ma in quel preciso istante iniziò a piovere. L’acqua si fece viva, insomma, come a reclamare un suo diritto. O quanto meno, così parve a Mira. Che ne ammirò la determinazione. Il cielo si squarciò e s’intravide un lampo. Mira cominciava a sentirsi di nuovo a suo agio. Saltellava, sudava. Le gocce di pioggia e di sudore le avevano bagnato il vestito e strofinando le mani sulla stoffa l’era rimasto  sui polpastrelli un cobalto venato di viola. Disegnò ali sulle braccia e provò a muoverle ritmicamente. L’attrito con l’aria non le consentiva di spiccare il volo, ma il sangue si ossigenava, circolava. Lei continuava a saltare. Saltava e insieme le usciva dalla gola una voce forte. Mira era leggera a vedersi, ma il suo corpo si stava radicando. Le piante dei piedi ritrovarono la terra; sotto le unghie fango, fango, tanto fango. La pelle si tinse di un colorito bruno, con delle sfumature chiare. Adesso sì che erano evidenti, le vedeva brillare. Erano verde limone, oliva, pistacchio. Un breve tratto di via le si era aperto intorno. Un cerchio di smeraldo.

Mi siedo qui a giocare – pensò.

E così fece. Scavò una buca profonda. L’acqua della pioggia continuava a scendere, ma non riusciva a riempire la buca. Mira scoppiò a piangere. La pozza d’acqua crebbe, arrivò fino all’orlo. Era leggermente salmastra. Lei v’immerse la cosa di fango che aveva appena finito di plasmare. Una figuretta. Con sembianza umane, forse. O forse animali. L’acqua cambiò consistenza. Cerchi concentrici sulla superficie della pozza, bollicine. Piccole esplosioni di mota, a raggiera. Poi tutto si fece immobile. Aveva smesso di piovere. 

Mira guardò davanti a sé. Stava calando la notte. La strada, lentamente, cominciava a biancheggiare. Poi divenne come una pennellata decisa, che andava. Mira si alzò. La via era segnata. Sembrava quasi non avere fine.

– Mistero! – Sussurrò lei nel buio.

Si stese un attimo e il nero l’avvolse.

(Da “Incontri di stagione”, Zephyro Edizioni)

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Il pulcino cosmico (di G. Rodari)

In occasione della Pasqua, una favola per tutti noi. Perché le favole fanno bene anche agli adulti, specie se rincuorano come questa di Rodari. Auguri!

(Tratta da Favole al telefono. Einaudi)

 L’anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla, dall’uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa: un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, ma con un berretto da capitano in testa e un’antenna della televisione sul berretto.
Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tutti insieme: Oh, e dopo questo oh non trovarono più parole.
Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta.
– Come siete indietro su questo pianeta, – osservò, – qui è appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è già mercoledì.
– Di questo mese? – domandò il professor Tibolla.
– Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Ma con gli anni siamo avanti di venticinque.
Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù per sgranchirsi le gambe, e borbottava:
– Che seccatura! Che brutta seccatura.
– Cos’è che la preoccupa? – domandò la signora Luisa.
– Avete rotto l’uovo volante e io non potrò tornare su Marte Ottavo.
– Ma noi l’uovo l’abbiamo comprato in pasticceria.
– Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è una nave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono il suo comandante, travestito da pulcino.
– E l’equipaggio?
– Sono io anche l’equipaggio. Ma ora sarò degradato. Mi faranno per lo meno colonnello.
– Be’, colonnello è più che capitano.
– Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi il grado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere. La mia missione è fallita.
– Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo di che missione si trattava.
– Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltanto aspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segreto si fosse fatto vivo.
– Interessante, – disse il professore, – avete anche degli agenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarlo alla polizia?
– Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico, e vi farete ridere dietro.
– Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, ci dica qualcosa di più su quegli agenti segreti.
– Essi sono incaricati di individuare i terrestri che sbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni.
– E’ piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamo nemmeno dove si trovi Marte Ottavo.
– Lei dimentica, caro professore, che. lassù siamo avanti col tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo già che il capitano dell’astronave terrestre che giungerà su Marte Ottavo si chiamerà Gino.
– Toh, – disse il figlio maggiore del professor Tibolla, – proprio come me.
– Pura coincidenza, – sentenziò il cosmopulcino. – Si chiamerà Gino e avrà trentatré anni. Dunque, in questo momento, sulla Terra, ha esattamente otto anni.
– Guarda, guarda, – disse Gino, – proprio la mia età.
– Non mi interrompere continuamente, – esclamò con severità il comandante dell’uovo spaziale. – Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altri membri dell’equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza che se ne accorgano, e per educarli come si deve.
– Cosa, cosa? – fece il professore. – Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini?
– Mica tanto. Primo, non li abituate all’idea che dovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnate loro che sono cittadini dell’universo; terzo, non insegnate loro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste; quarto…
– Scusi comandante, – lo interruppe la signora Luisa, – come si chiama di cognome quel vostro Gino?
– Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. Gino Tibolla.
– Ma sono io! – saltò su il figlio del professore. – Urrà!
– Urrà che cosa? – esclamò la signora Luisa. – Non crederai che tuo padre e io ti permetteremo…
– Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino.
– Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potrò tornare a casa anch’io.
– E l’uovo? – domandò con un sospiro la sorellina di Gino.
– Ma lo mangiamo subito, naturalmente.
E così fu fatto.
Bergenia e Muscari 001

Gianni Rodari

In questi ultimi giorni, trascorsi in compagnia degli amici più cari, ho ecceduto in cibarie e libagioni… oltretutto le feste sono appena passate, ahimè!

E allora, ecco il racconto ad hoc di Rodari, che sempre sa regalare leggerezza.

Storia del regno di Mangionia

 Moltissimo tempo fa, nel lontano paese di Mangioma, regnò Mangione Primo il Digeritore, così chiamato perché dopo aver mangiato gli spaghetti sgranocchiava anche il piatto, e lo digeriva a meraviglia.
Gli successe sul trono Mangione Secondo, detto di Tre Cucchiai, perché mangiava la minestra in brodo adoperando contemporaneamente tre cucchiai del d’argento: due li teneva lui con le mani, il terzo gliela reggeva la Regina.
Dopo di lui salirono sul trono di Mangionia:
Mangione Terzo, detto l’Antipasto;
Mangione Quarto, detto Cotoletta alla Parmigiana;
Mangione Quinto, il Famelico;
Mangione Sesto, lo Sbranatacchini;
Mangione Settimo, detto «Ce n’è ancora?», che divorò perfino la corona;
Mangione Ottavo, detto Crosta di Formaggio, che sulla tavola non tr.ovò più nulla da mangiare e inghiotti la tovaglia;
‘Mangione Nono, detto Ganascia d’Acciaio, che si mangiò il trono con tutti i cuscini.
Così la dinastia finì.

Legami

Vorrei che fosse vero

brano tratto da La guerra delle campane (Favole al telefono, di Gianni Rodari)

C’era una volta una guerra, una grande e terribile guerra.

(…)

Il nostro comandante, lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone, ordinò di tirar giù tutte le campane dai campanili e di fonderle tutte insieme per fabbricare un grossissimo cannone: uno solo, ma grosso abbastanza da vincere tutta la guerra con un sol colpo.

(…)

Ecco il gran momento. Il cannonissimo era puntato sui nemici.

(…)

Foto A.L.

Foto A.L.

Lo stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone ordinò: – Fuoco!

Un artigliere premette un pulsante. E d’improvviso, da un capo all’altro del fronte, si udì un gigantesco scampanio: Din, Don, Dan!

Fuori città

Un po’ lo stesso clima che ho attraversato ieri, sul lago, la ritrovo nell’incipit del racconto di Calvino riportato qui sotto. Ieri era caldo, certo, anzi caldissimo. Eh già, questo è un autunno davvero anomalo, come si sente dire in giro ultimamente, specie dopo un’intera settimana di sole. Eppure la trasparenza dell’acqua non apparteneva all’estate. I colori, le luci, erano di novembre. Un sentore di legna muschiata si mescolava alle parole, all’odore dei sassi bagnati, alle sfumature delle foglie. A sera, quando mi sono coricata, ho cercato di trattenere nel buio le immagini della giornata, ho fatto di tutto per portarle con me nel sonno, respirando nella scia delle ore che se n’erano appena andate.

Non gela, da noi, di solito: soltanto alla mattina i cespi d’insalata si svegliano intirizziti, un po’ lividi, e la terra fa una crosta grigia, quasi lunare, che risponde sorda alla zappa. Al piede degli alberi, a dicembre, la terra comincia a pigmentarsi di foglioline gialle che a poco a poco la coprono come una trapunta leggera. L’inverno è più trasparenza d’aria che freddo; e in quell’aria sui rami scheletriti s’accendono centinaia di lampadine rosse: i cachi. (Italo Calvino, “Alba sui rami nudi”, dalla raccolta “Ultimo viene il corvo”)

Nell'orto (foto di A.L.)

Nell’orto (foto di A.L.)

Un racconto di Dino Buzzati

INVITI SUPERFLUI

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre delle città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.

Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che assano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!”. Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.

Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.

Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. è inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.

Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

Sessanta racconti, di Dino Buzzati

Dino Buzzati, Sessanta racconti

C’est la vie

 Sott'acqua

Oggi ripubblico qua sotto un mio vecchio, brevissimo racconto, pubblicato nel 2009 su una rivista on-line.

C’era una volta un pesce di nome Zuppa, che credeva di essere un cane. Un pescatore un giorno lo pescò, ma dopo averlo guardato un istante, borbottò: “Ti ributto in acqua perché per adesso non sei né cane né pesce”.

Zuppa, anziché essere felice, appena si ritrovò di nuovo libero, scoppiò a piangere.

Piangeva a dirotto, ma nessuno si accorgeva delle sue lacrime, che erano solo gocce in mezzo al mare.

Nemmeno posso abbaiare!” – pensava triste – “E qui non c’è ombra di sole!”.

La sua amica Medusa, vedendolo così abbattuto si mise a danzare per lui. Sinuosa e velata cercava di farlo innamorare, ma senza alcun risultato.

Passò Palla il pesce, che rimanendo immobile si finse luna piena. Zuppa lo fissò estasiato, provò a ululare ma dalla bocca gli uscì una grossa bolla, che subito salì verso l’alto e svanì.

Zuppa si arrabbiò tanto, tanto, ma così tanto che si capovolse e finì a pancia in su.

In quel momento passò la balena Ciccia, il più autorevole cetaceo dei sette mari, che nel vederlo esclamò: “Zuppa è morto!”.

Medusa accorse e nella fretta scordò d’infilarsi la gonnella; Palla il pesce per lo spavento si sgonfiò. Insomma, i due non sembravano più nemmeno loro!

Scherzetto!” – disse Zuppa alla balena Ciccia rivoltandosi con una capriola – “Sono minerale e vegetale!”.

Smettila porco cane!” – gridò Ciccia.

Non ti permettere!” – ribatté Zuppa.

Sei un pesce, non un cane!” – spruzzò d’un fiato Ciccia.

Io pescecane, glup!” – rispose Zuppa.

Ciccia lo guardò esterrefatta: Zuppa aveva appena fatto un sol boccone di Palla e Medusa!

Ma Zuppa ora non piangeva più: lustro come una lama guizzava, i denti bene in mostra, felice.

…C’est la vie !

Contrasti passeggeri

Posto qui un mio vecchio racconto autunnale, tratto dalla raccolta Incontri di stagione, Zephyro Editore. Buona lettura e buona domenica!

Men: capelli rossi, occhi chiari, collo massiccio. Tre lavori, tre cellulari, automobile di lusso. Portafoglio gonfio. Vita errabonda, vita notturna. Droga e amore di gruppo. Instabilità. Frasi dirette, idee chiare.

– Vado a ballare. Non aspettarmi, vai pure a letto. Mi faccio sentire quando torno. Magari te lo metto dentro. Tu continua a dormire, che problema c’è?

Laura: capelli castani, occhi verdi, lieve doppio mento. Impiegata alle poste, nessun cellulare, bicicletta. Qualche soldo da parte. Vita solitaria, dura. Un amore. Uno.

– Non mi piace fare sesso in tanti. Io voglio sentire il tuo respiro, mi spiego? Riconoscere i tuoi polpastrelli, cercare di capire. Quando il letto è affollato per me è un casino! Toccami quando torni, sai che ci tengo, non mi disturbi mai.

Men prepara tre strisce di coca. Le allinea sul tavolo, che ha una superficie bianca. Laura appoggia il giornale sul tavolo.

– Cazzo fai, non vedi che qui c’è la roba?

– E’ bianco su bianco, non me n’ero accorta.

– Va’ a dormire farfallina, sei troppo stanca

– Sì. Allora fatti sentire, dopo

– Puoi contarci.

– Una volta ci vengo anch’io, a ballare

– Uhm, d’accordo. ‘Notte.

Lui tira su col naso dal biglietto arrotolato, si passa le dita sui denti, accende una sigaretta. Apre la porta, chiude a chiave, esce. L’auto di grossa cilindrata è già in moto. “Che caldo, cazzo, sono sudato da schifo. Eppure siamo in ottobre. Non esistono più le mezze stagioni”. Men accende l’aria condizionata al massimo, accende lo stereo, accende un’altra sigaretta. Guida nella notte spedito, sa dove andare. Lo aspettano delle persone; lo hanno chiamato prima. – Che lavoro fai? – gli ha chiesto oggi un tizio. – Aiuto la gente a divertirsi, a stare meglio, ecco. Organizzo feste -.

E poi gioca a biliardo, ma non l’ha raccontato a quel tale, gli stava sul culo. Gioca eccome, è un fuoriclasse, altroché. Deve tenersi allenato, tra breve ci saranno i campionati. L’anno scorso ha vinto millecinquecento euro. “ E mi hanno fatto comodo, i soldi servono sempre”.

Laura, la guancia sul cuscino, si rigira. Non riesce a trovare una posizione comoda. Pensa che il suo uomo dovrebbe smetterla di scoparsi le altre; c’è un limite a tutto. Però è il suo Men, è suo e basta, non si discute. Torna spesso a casa stravolto, certe volte dà anche di stomaco.

– Vomito la vita – dice. Capita che vomiti per intere settimane.

– Devi smetterla di fare sempre così tardi, ti rovini lo stomaco – gli fa – quando poi lo stomaco è rovinato, ci va di mezzo il fegato e lì c’è poco da stare allegri. Il fegato mica è facile da curare, mettitelo in testa!

– Questa è la mia vita. Non mi sono mai piaciute le cose facili. Mi annoio subito, lo sai. Però sono contento che ci sei. Sei importante. Sei il mio punto fermo, farfallina. A me non piace girare intorno alle cose. Se uno dice: “vado di là a scoreggiare” io lo apprezzo. Magari stasera resto a casa e guardiamo insieme la tele, ti va?

– Che idea carina! Parli sul serio?

– Certo, basta che non ci fai l’abitudine.

La sera davanti alla tivù è già passata, stanotte Men è di nuovo fuori. “Era l’accordo”, pensa Laura “non me la devo prendere. Mi è sempre piaciuto per come è. Eravamo giovani, prima…”. Intanto il sonno non arriva e il desiderio cresce. “Bravi così a fare l’amore non ne nascono più, mica scherzo!”

Lui spegne il motore. Nel buio, i fari illuminano un uomo tarchiato, elegante. L’uomo apre la portiera, gli allunga dei biglietti da cento e prende un pacchetto:

– Com’è?

– Pura. L’abbiamo lavata. Niente porcherie.

– Bene. Ti chiamo appena ho bisogno

– Quando vuoi, non ti preoccupare. Rilassati, ti vedo agitato

– No, è che mi aspettano, ho fretta

– Vai allora, che problema c’è? Ci vediamo.

– Okey, a presto…

La macchina riparte, a tutto spiano verso “Heaven”, il famoso ritrovo. Appena sceso ha una bionda addosso, sono mesi che va avanti così. Si è proprio innamorata, cazzo. Ha meno di trent’anni, porta la quarta di reggiseno e le piacciono anche le donne; tre requisiti fondamentali. Adesso però Men non se la sente. E’ un po’, anzi, che non se la sente. Ha voglia di giocare a biliardo, quello sì, di portare i soldi a casa.

– Che ti prende? – fa la bionda, mentre lo vede risalire in auto.

– Non è serata – dice lui e rimette in moto.

Sfreccia nella notte. Le ruote viaggiano nella direzione giusta, come animali. L’odore di lei. Farfallina. Siede sul letto, si guarda intorno. Ombre sulle pareti. Le molle cigolano.

– Sei già qui? Sei solo?

Nessuna risposta, un abbraccio che non finisce mai.

Sospiri come parole, linfa alle speranze, tempo che scivola via, sogni intrecciati nella prima luce.

Aria di pioggia.

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