adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Riflessioni”

In Sicilia

Ho appena fatto un viaggio che per quanto breve mi ha riconciliato col mondo. Suoni, odori e immagini che andavano sbiadendo hanno ripreso vigore facendomi apprezzare ogni istante.

Persa nella campagna siciliana, là dove in mare sfociano ben tre fiumi, la notte era un incanto.

Richiami di uccelli, stelle tremule, aria fresca in cui ondeggiava il velo della zanzariera. E in lontananza, la melodia della risacca.

A questo dono del cielo c’è da aggiungere una buona compagnia e un libro meraviglioso: “Canto della pianura”, di Kent Haruf.

E come non citare poi l’anziana guida di un museo quasi perso nel nulla, che continuava a ripetere – Oh quant’è bello il mio paese!

E i giovani di Favara, che instancabili progettano un futuro diverso per l’isola intera; un progetto che sta già diventando virale.

E il teatro e la danza, che di nuovo hanno animato le antiche rovine. E la musica al tramonto sulla Scala dei Turchi, come in un film di Fellini.

Insomma, capita questo: non appena le domande inutili (e le ripetitive, seppure inevitabili, incombenze quotidiane) si fanno da parte, lo spazio- tempo interiore si amplia. Torna così a balzare agli occhi il valore delle cose. Quanto meno questo è capitato a me. E tra le cose balzatemi agli occhi durante questo breve, intenso viaggio, eccone una piccola piccola ma non meno importante: ogni sasso di fiume è una scultura, un quadro, un’opera d’arte.

Così come il cammino tra gli alberi a ridosso del mare che ho avuto la fortuna di percorrere e di fotografare.

Buona estate a tutti, anche a chi può viaggiare solo con il pensiero.

WP_20170620_001

Annunci

Dopo ieri

Dunque, forse ho sbagliato. Ho creato un blog in cui non scrivo del mio lavoro, al di fuori di qualche vago accenno. Negli archivi chi legge troverà solo esigue tracce di teatro; non menziono il doppiaggio o i dialoghi delle serie Tv a cui dedico gran parte del tempo.  Non ho mai citato le persone (celebri, loro sì, e generose, quindi colgo l’occasione per farlo: Lella Costa, Dacia Maraini, Angela Finocchiaro, Cesare De Marchi) che mi hanno accompagnato lungo un percorso accidentato e contraddittorio.  Ho imparato tardi a prescindere dall’altrui approvazione, ad andare avanti per la mia strada; a volte mi capita di cascare di nuovo nel gioco cruento del giudizio e del confronto. E però penso di avere assecondato la mia natura, anche se un po’ balzana. E comunque ora, al di là di ogni ragionevole considerazione, quello che m’importa davvero è altro, finalmente l’ho capito (sarà grazie all’età!). L’importante ora per me è vivere, sentirmi viva; stare nella bellezza della natura, circondarmi di persone care ma anche di silenzio, apprezzare il confronto e la solitudine. E oggi mi concedo qualche riga per gridare in rete questo: una delle cose più belle che ho avuto è il tempo con te. Un tempo breve, rotondo, una linea curva partita da lontano che ci ha abbracciato di sorpresa. Un cerchio aperto. Incompiuto, imperfetto. Un giardino senza recinzione. Come quello in cui guardandomi negli occhi in un giorno di primavera hai detto: “Qui siamo stati quasi felici”.

WP_20170411_003

Sull’Albero, ancora

Il Cosmo è simboleggiato da un albero; la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l’opulenza, la fortuna, la salute – o a uno stadio più elevato l’immortalità, la giovinezza eterna – sono concentrate nelle erbe e negli alberi; la razza umana deriva da una specie vegetale; la vita umana si rifugia nelle specie vegetali quando è interrotta innanzi tempo con malizia; in breve tutto quel che “è”, tutto quanto è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali. Il Cosmo fu rappresentato in forma di Albero perché, come l’Albero, si rigenera periodicamente. La primavera è una resurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con quest’atto cosmico tutte le forze della creazione ritrovano il loro vigore iniziale; la vita è integralmente ricostituita, tutto comincia di nuovo; in breve si ripete l’atto della creazione cosmica, perché ogni rigenerazione è una nuova nascita, un ritorno a quel tempo mitico in cui apparve per la prima volta la forma che si rigenera.

Mircea Eliade

  WP_20170306_002

Radici 2

Continuando la ricerca sulle e tra le radici, ecco qui un altro volo a bordo del mio sottoterrino. Facendomi lentamente strada, le scopro abitate da volti, sguardi, sorrisi. Gremite di eventi accaduti nella lontana infanzia e custoditi in gran segreto, come un inestimabile tesoro. In fondo a destra, avvoltolato, un potenziale io, ancora in divenire. Nell’insieme, un intorcinato rebelot, ereditato dalla famiglia (come tutti ben sappiamo, e come scriveva Ronald Laing, padre dell’anti-psichiatria, i legami sono anche catene).

WP_20170327_003

Di madre in figlia

Tanti, negli anni, i lavori teatrali presentati in sporadiche occasioni e prematuramente archiviati. Tanti i progetti rimasti purtroppo nel cassetto, anche per via di una scarsa capacità di gestione e di una innata indolenza . Il tempo fugge e Seneca me lo conferma ad ogni piè sospinto mentre leggo il suo “De brevitate vitae”. In puncto fugientis temporis pendeo, sono sospeso in un istante del tempo che fugge – scrive. Forse proprio per questo, anche se a tutta prima può apparire contraddittorio, mi piace indugiare adesso ancora più a lungo di un tempo su libri e trattati filosofici, nella consapevolezza crescente che “è un punto quello che viviamo, e ancor meno di un punto” e che affaccendarsi, tutto sommato, è cosa vana. Eppure ancora mi capita di riandare a trascorsi lavori teatrali che avrebbero, forse, meritato da parte mia minore incuria. Uno di questi è lo spettacolo “Dhvani/Risonanze”, che vedeva in scena, oltre alla sottoscritta, Daria Dāmini, ottima danzatrice di Bharatanatyam, nonché figlia mia. Iniziavo parlando al pubblico delle acque sotterranee di Milano per arrivare lentamente (e soprattutto attraverso la danza) a indagare il mistero della trasmissione di una passione, che spesso passa di madre in figlia. Esordivo parlando di acque segrete, quelle che appunto scorrono nei meandri del sottosuolo milanese. Ecco un breve stralcio del testo nella sua prima stesura.

D’acqua era coperta tutta la terra” – è scritto sulla Gènesi.

La fonte del Paradiso Terrestre irrigava tutto l’universo… e poi… le acque del Mar Rosso, quelle del Giordano, Mosé che fa scaturire le acque dal deserto…

Mia nonna raccontava che sua madre teneva in casa una quantità incredibile di ampolle di acqua benedetta… Milano era una città d’acqua… A volte mi sembra di avvertirne la presenza sotterranea… Acque che nel buio formano una specie di tela di ragno. La terra di mezzo, significa il nome Milano. A due passi dal Ticino e dall’Adda, attraversata dall’Olona, dal Lambro, dal Nirone, dal Seveso. Qui, ai tempi degli Sforza, il Naviglio lambiva l’Ospedale Maggiore. E a Santo Stefano c’era un laghetto, porto di approdo di molte imbarcazioni. Leonardo arrivò a Milano nel 1482 e vi restò fino al 1499…

Se l’omo ha in sé il laco nel sangue, dove cresce e dicresce il polmone nello alitare, il corpo della terra ha il suo oceano mare, il quale anche lui cresce e dicresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue diriva vene, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite acque”.

Il laghetto di Santo Stefano nel 1857 venne coperto. E scomparì per sempre.

La nostra prima danza avviene nel ventre, un ventre colmo d’acqua.

Nel Medioevo pensavano che la sapienza dell’anima passasse nel corpo del bimbo attraverso l’utero materno… allora forse… dal ventre passano al figlio anche le passioni della madre…

p.s.

Per chi volesse saperne di più sull’attività di Daria, questo il link al suo sito: http://www.kishkindha-purnayoga.org

( Nell’immagine, il laghetto di piazza Santo Stefano, Milano. Storiedimilano.blogspot.it)

2-il-laghetto-di-santo-stefano-porto-della-fabbrica-del-duomo

 

Sull’amore

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è un fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

(John Williams, Stoner, Fazi Editore, p. 225)

IMG-20160228-WA0001.jpg(Foto di Daria Mascotto)

Leggendo Javier Marìas

Sto terminando la lettura di un romanzo intitolato: “Così ha inizio il male”, di J. Marias. Questo autore non mi delude mai, da lui mi sento presa per mano già dalla prima riga e accompagnata fino all’ultima. Non rischio di perdermi e seguirlo non mi costa fatica, nonostante la complessità degli argomenti e i frequenti voli pindarici a cui mi sottopone: piccolo-grande miracolo della scrittura, che quando funziona non lascia spazio a fraintendimenti. Cosa che invece capita alle ‘alate’ parole quotidiane, troppo spesso fonte d’incomprensione e di rancore.

Riporto di seguito una frase del romanzo (una tra le tante) che mi ha colpito e che desidero condividere.

“Ciò che era unico finché era segreto e ignoto a tutti, diventa un episodio banale una volta che è stato esposto e gettato nel sacco comune delle storie che si sentono in giro e si mescolano e vengono dimenticate, e che per di più potranno essere riportate e travisate da chiunque per puro caso passi da lì o ne sia raggiunto, perché una volta che le abbiamo liberate, le storie rimangono nell’aria e non c’è modo d’impedire loro di aleggiare o volar via se la bruma le avvolge o il vento le sospinge, e di viaggiare attraverso lo spazio e attraverso il tempo deformate da molteplici echi e dalla lama affilata delle ripetizioni”. 

WP_20160213_005

la ferita all’ideale dell’Io. Su Parigi.

In questa riflessione mi ritrovo e la condivido.

Sorgente: la ferita all’ideale dell’Io. Su Parigi.

Navigazione articolo