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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Teatro”

La bellezza degli sconfitti

Estraneo a scaltre strategie, a manie di protagonismo. A logiche becere e meschine, a giudizi taglienti, a invidie che il mondo dello spettacolo ben rappresenta , Franco Scaldati era attore, regista e drammaturgo; un artista siciliano di umili origini riservato e schivo, scomparso nel 2013.

A Catania, a Castello Ursino, dove è stato allestito il Museo della Follia, sono rimasta colpita da questa sua frase appesa al muro:

“Gli sconfitti? Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. E’ qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza”.

A confermarlo, se ce ne fosse bisogno, i ritratti di Pietro Ghizzardi, esposti nell’ultima stanza.

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Di madre in figlia

Tanti, negli anni, i lavori teatrali presentati in sporadiche occasioni e prematuramente archiviati. Tanti i progetti rimasti purtroppo nel cassetto, anche per via di una scarsa capacità di gestione e di una innata indolenza . Il tempo fugge e Seneca me lo conferma ad ogni piè sospinto mentre leggo il suo “De brevitate vitae”. In puncto fugientis temporis pendeo, sono sospeso in un istante del tempo che fugge – scrive. Forse proprio per questo, anche se a tutta prima può apparire contraddittorio, mi piace indugiare adesso ancora più a lungo di un tempo su libri e trattati filosofici, nella consapevolezza crescente che “è un punto quello che viviamo, e ancor meno di un punto” e che affaccendarsi, tutto sommato, è cosa vana. Eppure ancora mi capita di riandare a trascorsi lavori teatrali che avrebbero, forse, meritato da parte mia minore incuria. Uno di questi è lo spettacolo “Dhvani/Risonanze”, che vedeva in scena, oltre alla sottoscritta, Daria Dāmini, ottima danzatrice di Bharatanatyam, nonché figlia mia. Iniziavo parlando al pubblico delle acque sotterranee di Milano per arrivare lentamente (e soprattutto attraverso la danza) a indagare il mistero della trasmissione di una passione, che spesso passa di madre in figlia. Esordivo parlando di acque segrete, quelle che appunto scorrono nei meandri del sottosuolo milanese. Ecco un breve stralcio del testo nella sua prima stesura.

D’acqua era coperta tutta la terra” – è scritto sulla Gènesi.

La fonte del Paradiso Terrestre irrigava tutto l’universo… e poi… le acque del Mar Rosso, quelle del Giordano, Mosé che fa scaturire le acque dal deserto…

Mia nonna raccontava che sua madre teneva in casa una quantità incredibile di ampolle di acqua benedetta… Milano era una città d’acqua… A volte mi sembra di avvertirne la presenza sotterranea… Acque che nel buio formano una specie di tela di ragno. La terra di mezzo, significa il nome Milano. A due passi dal Ticino e dall’Adda, attraversata dall’Olona, dal Lambro, dal Nirone, dal Seveso. Qui, ai tempi degli Sforza, il Naviglio lambiva l’Ospedale Maggiore. E a Santo Stefano c’era un laghetto, porto di approdo di molte imbarcazioni. Leonardo arrivò a Milano nel 1482 e vi restò fino al 1499…

Se l’omo ha in sé il laco nel sangue, dove cresce e dicresce il polmone nello alitare, il corpo della terra ha il suo oceano mare, il quale anche lui cresce e dicresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue diriva vene, similmente il mare oceano empie il corpo della terra d’infinite acque”.

Il laghetto di Santo Stefano nel 1857 venne coperto. E scomparì per sempre.

La nostra prima danza avviene nel ventre, un ventre colmo d’acqua.

Nel Medioevo pensavano che la sapienza dell’anima passasse nel corpo del bimbo attraverso l’utero materno… allora forse… dal ventre passano al figlio anche le passioni della madre…

p.s.

Per chi volesse saperne di più sull’attività di Daria, questo il link al suo sito: http://www.kishkindha-purnayoga.org

( Nell’immagine, il laghetto di piazza Santo Stefano, Milano. Storiedimilano.blogspot.it)

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Buio con luce dentro

Molti anni fa scrissi una pièce che s’intitolava così. La provammo in teatro per qualche tempo con il gruppo teatrale di allora. Purtroppo, come a volte accade, nacquero tra di noi profondi dissapori e quel lavoro non venne mai più messo in scena. Il copione giace in casa da qualche parte, in attesa, magari, di venire un giorno riletto. Non so perché ne scrivo oggi, forse perché da qualche anno rivado spesso ai miei trascorsi teatrali o forse, come in questo caso, perché ci sono immagini che mi colpiscono sempre e mi fanno rivivere passate sensazioni. Ecco, nella foto scattata in montagna un paio di notti fa, c’è proprio quel “buio con luce dentro” introvabile nelle nostre città, inquinate, oltreché dall’aria, dall’illuminazione artificiale;  quel misterioso pozzo nero in cui amo immergermi, dove di visibile resta solo la luna.

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Vite spezzate

Locandina Vite Spezzate

 

SE IN NOME TUO

AMORE C’E’ CHI UCCIDE

RENDILO MUTO.

Vendemmiando parole

Oggi ospito uno scritto dell’amico Ruggero Dondi, attore. Una pagina di diario che condivido volentieri; una riflessione sul teatro, sulla natura, sulla vita.

 

Arrivo con Delfina sulla collina di vigne e davanti a me le Langhe e sotto a una distanza proibitiva la tenuta Carretta dove abbiamo riservata una stanza per docce e riposo. Le tende sono montate, così i fari che le devono illuminare e quelli puntati sulla vecchia casa padronale, ridotta ad affascinante rudere. Da domani dovremo leggere l’opera omnia di Pavese dalle 10 alle 24. Siamo in tre. Ce la faremo. Vengono piazzati otto amplificatori che porteranno la nostra voce nelle vigne e, come sapremo dal sindaco il giorno dopo, in tutto il paese di Piobesi. Siamo nel Roero e dalla collina le Langhe le vediamo di fronte a noi a una decina di chilometri. Simona una bella giovane dagli occhi intelligenti e malinconici, per come si porta a spasso per le vigne gli amplificatori da 40 chili conviene farsela amica, dormirà nella camera della tenuta, io e Marco nella tenda grande e Delfina antropologa lettrice uno ottanta, in una tendina delle bambole, che scopriremo, alla prima pioggia, anche piscina. Lo scenografo ha fatto davvero un buon lavoro. Le colline a 180 gradi, le vigne e più tardi la luna e le stelle, né mancheranno tuoni e fulmini qualche sera dopo, nessuna sovvenzione ministeriale avrebbe potuto permetterci un tale allestimento.

Una notte umida e freddocchia ci tiene compagnia la prima notte. Colazione con torta e cappuccino alla mattina e al rintocco delle dieci si parte con “ciau Masino”. Leggo davanti alle sedie vuote fornite dal Comune. La consegna è celebrare i cento anni dalla nascita di Pavese e fossero pure le parole al vento noi la celebreremo. Leggo per 2 ore poi Delfina mi dà il cambio. Io e Marco scendiamo in auto alla tenuta facendo un lungo giro che passa per il paese. La sorpresa è tanta a sentire le parole sulla provinciale per Asti. Anche la fame è tanta e a quella ci pensano Valter Massimo e Gaetano, ristoratore, cuoco e cameriere. Si meritano una biografia a testa. Sarà la prossima nostra impresa. E Delfina cuoce sotto il solleone con Ciau Masino e quando Marco verso le 15 le dà il cambio è bruciata dal sole e mezzo svenuta. I cambi sono più frequenti per il caldo impietoso. Io e Marco in mutande, Delfina, dignitosa, no.

Arriva una Signora, la prima che si vede quassù dopo 6 ore, il giorno dopo ci porterà squisiti dolciumi. Poi altri alla spicciolata. Qualcuno si siede e ascolta, altri appena ci vedono se ne vanno, altri li scopriamo tra le vigne scendendo a piedi alla Carretta. Chi ascolta, chi parla, chi al ristorante a mangiare. Le parole di Pavese come un vento tra gli alberi e le vigne, implacabili, senza interruzioni scendono su tutto. Chi le lascia scivolare, chi le raccoglie per un tratto e le abbandona e passa oltre. Scendere alla Tenuta a piedi non è poi così terribile. Si scende tra i filari delle vigne per 300 metri poi una curva a sinistra e altri 300 metri di rettilineo in pianura. La strada la faremo più volte per riempire di petrolio e accendere le fiaccole che la sera indicheranno agli “ascoltatori pellegrini” la via per arrivare alla scaturigine delle voci. Arrivati in cima alla collina il premio ai coraggiosi, la visione fantastica di figure umane a 200 metri, piccine piccine, sedute davanti alla tenda.

Alle 9 della prima sera raccolgo la telefonata del sindaco preoccupato per la quiete degli elettori “disturbati”dalle parole di Pavese. Nei giorni successivi si “tranquillerà” ché quelli, ci diranno, al balcone, come musica delle vigne, le ascoltano. E gli mancheranno. Seguono i giorni e il secondo arrivano Matteo e i suoi amici, un manipolo di cineasti professionisti, che da 2 anni per loro piacere stanno realizzando un documentario su Pavese. Si piazzano in tenda e non ci lasceranno più. Mentono “che saranno presenze invisibili” e invece ci troveremo sovente telecamere e microfoni pericolosamente appiccicati. Implacabili anche loro come le parole di Pavese e temerari come noi tra il solleone e i lampi e acquazzoni shakespeariani, non ci molleranno un momento. E per il loro bene spero ne uscirà un capolavoro.

Il vero pubblico lo aspettiamo per Sabato il quinto giorno: un pullman da Torino dal Circolo dei Lettori, ma intanto qualcosa si muove. I mattini la platea è vuota, ma come nelle preghiere fidiamo che Qualcuno ascolti. Nelle prime ore del pomeriggio arriva qualche Angelo, la signora dei dolciumi e altri, e noi ricambiamo con caffè. La sera poi 20, 30 persone ci sono sempre. E qualcuno rimane anche 3 o 4 ore a fila seduto in ascolto. Senza obbligo di farlo come nei teatri. Un miracolo. Sabato, il giorno del pienone, si scatena il cielo e grandina e piove e lampeggia soprattutto a sera e il culmine del tuono in ”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Noi sotto la veranda della tenda, la pioggia non ci risparmia e il manipolo più coraggioso del “Circolo dei Lettori” stretti sotto un gazebo di fronte a noi, provvidenziale ma insufficiente. Avanti fino alle 3 del mattino con la “Luna e i Falò” ma della prima nessuna traccia e i secondi “magari”. A Mezzanotte il pullman rientra a Torino e intrepidi e raggelati solo Marco e Delfina vanno avanti. Io sento le loro voci nella stanza fino alle 3 della Domenica. E poi dormo.

Nel pomeriggio di Sabato all’arrivo del pullman nel cielo una schiarita. Arrivano i bambini e urlano mentre leggo. E io, che sono attore, sulle prime mi scoccio. Poi rifletto che non sono attore lì, ma la voce delle vigne. E i bambini che devono fare tra gli alberi? Giocare. Ci stiamo bene tutti tra gli alberi e le stelle. E io e bambini siamo gli alberi e le stelle, sgravati della nostra umanità. E qui ho la percezione che stiamo facendo una cosa nuova grazie alla tecnologia che diffonde la nostra voce lontano, e antica per la tecnologia dei teatri greci che faceva l’uguale.

“Il teatro dei greci”, il teatro della libertà. Liberi dalla propria umanità gli attori come dei dietro la maschera, liberi di andare e venire e giocare e mangiare gli spettatori durante l’agone tragico che andava avanti per giorni e giorni ininterrotto come onde del mare. E penso che sarà difficile per me rificcarmi in un teatro, dove l’umano è necessario e il meraviglioso obbligatorio. Sono stato un vento tra le foglie, ho vendemmiato parole. Dove potrò più andare? L’ultima sera della maratona sulle ultime battute del diario di Pavese è suonata la sveglia, abbiamo spento le lampade da campo e Marco i riflettori. E’ rimasta una luna piena in un cielo di stelle tra le vigne. E il silenzio.

Per lunghi 10 minuti le trenta persone sedute in silenzio per l’epilogo. Un momento perfetto. Un solo rammarico: l’assenza tra noi di un centenario Pavese. Vale la pena vivere, non fosse altro per arrivare fino a qui.

Scritto da Ruggero Dondi nel settembre 2008, dopo l’evento “Dove sono nato non lo so”

VI ASPETTIAMO

http://www.bookcitymilano.it/events/linfe-e-risonanze/

LINFE E RISONANZE

Eccomi a parlare dell’altro evento a cui parteciperò sabato 23 novembre alle 21,30 presso la Biblioteca Gallaratese di via Quarenghi, sempre inserito nel programma di Bookcity Milano di quest’anno. E’ un evento a cui tengo particolarmente, visto che altro non è che la presentazione del mio libro “LINFE” in forma di spettacolo. In breve, si tratta di questo: io leggerò alcuni brani tratti dal mio romanzo edito da Vydia; Daria Mascotto, danzatrice di Bharata Natyam, parteciperà danzando. Parole e coreografie risultano qui infatti, a nostro avviso, misteriosamente connesse.  Il libro è ambientato in Italia in un paesino di provincia, eppure una delle sue protagoniste è una specie di Apsaras (fata dei boschi della mitologia indù), una sorta di Ninfa insomma, che dialoga ogni giorno con gli alberi e che a essi, più che ai suoi simili, si sente apparentata.

Vi aspettiamo allo spettacolo (40 minuti circa), gratuito come tutti gli eventi di Bookcity.

Per ulteriori informazioni, seguite il link qua sotto:

http://www.bookcitymilano.it/events/linfe-e-risonanze/

Copertina LINFE 2

Risonanze

E’ stata un’esperienza felice, quella fatta domenica scorsa, 2 giugno, al Centro Sociale Baraonda di Segrate. Non conoscevo questo luogo alle porte di Milano, gestito da un gruppo di donne efficientissime e attente al teatro, alla letteratura e ai nuovi progetti in circolazione. Me l’ha fatto conoscere mia figlia Daria, che al Baraonda aveva sottoposto il nostro progetto: Dhvani- Risonanze.

Eravamo partite, ormai parecchi mesi fa, interrogandoci su come una passione possa trasmettersi da una generazione all’altra, da madre a figlia. Questo perché ad un certo punto della vita, quasi inaspettatamente, l’abbiamo incontrata tutt’e due; a Daria è stata donata la passione per la danza, a me quella per il  teatro.  Senza contare il fatto che mia madre è stata cantante e dunque apparteneva anche lei alla schiera delle donne “possedute”. Cos’è che fa nascere, dunque, una passione? Un caso fortuito, un’esperienza accidentale? O ci arriva da molto più lontano, dalla placenta, dalle acque in cui ci siamo ritrovate immerse quando ancora danzavamo nel buio di un ventre?

Questi, i quesiti iniziali, che ci hanno spinto a indagare la mitologia delle acque e poi quello dell’ardore, il fuoco primordiale che viene prima di ogni pensiero. Ho così assemblato un testo composto di narrazioni e poesie originali, intervallato da alcune danze della tradizione indiana Bharata- Natyam che straordinariamente si collegano ai testi, danze che Daria studia ormai (e insegna) da parecchi anni.

Lo spettacolo è piaciuto molto, abbiamo ricevuto tantissimi applausi, e siamo davvero grate al pubblico di giovani e meno giovani che domenica affollava la bella, ampia sala del Baraonda, in occasione della rassegna “Tecla”, nome scelto in omaggio a Calvino e alle sue fantastiche città.

Certo, siamo ancora in fase di sperimentazione e tutto il nostro lavoro deve trovare una maggiore coesione e può di sicuro migliorare, ne siamo consapevoli. Ma lavorare insieme alla propria figlia e veder crescere un progetto comune di questo genere non è solo fatica, ma preziosissima condivisione.

Un abbraccio alle ragazze del Baraonda, quindi, in particolare a Rosa; al sensibile pubblico della serata; a Daria.

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Klara come un cantiere

E così le repliche sono finite.

Penso d’interpretare anche il pensiero degli altri attori nel dire che il pubblico ci mancherà. La sua presenza crea in noi sempre nuovi stimoli e in particolare qui, ne “Il ritorno di Klara”, è stata testimone del rito teatrale che abbiamo officiato ogni sera per una settimana. Non si tratta di un’affermazione retorica; davvero questa messa in scena ha richiesto più di altre estrema concentrazione e disponibilità. Abbiamo cercato, e forse non sempre ci siamo riusciti, di farci “canali”, strumenti di risonanza. La tecnica attoriale davvero non poteva bastare; di certo aiuta, ma in questo caso non più di tanto.

La nostra Klara, dunque, ci ha lasciato, almeno per il momento; lei ha permesso che emergessero di nuovo le parti oscure della storia, le macchie indelebili che spesso ci rifiutiamo di vedere, che vorremmo per sempre sepolte, archiviate. In realtà, chi ci garantisce di essere al riparo dalla follia del male?

Eppure l’uomo, per quanto offeso, corroso, devastato, ha dimostrato di possedere inesauribili risorse.

“Klara come un cantiere”, scrive Soazig Aaron, autrice del testo che abbiamo avuto l’ardire di mettere in scena.

Noi tutti come un cantiere. Sospesi. Sospinti.

Un grazie a coloro che hanno voluto prendere parte a questa “scomoda” rappresentazione.

 (Wherewearegoing, disegno di Luigi Arpini)

A teatro con noi

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