adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per il tag “Cose inaspettate”

Senza

Per quale ragione, non sapeva.

Tutto appariva sbilenco, avvolto da una luce opaca.

C’erano solo domande, domande senza risposte.

Intorno aleggiava l’odore dell’erba bruciata. Non pioveva da mesi.

Alzò lo sguardo, vide un airone cinerino volare; non era la prima volta, lo aveva già notato il giorno prima.

In quel momento, avrebbe desiderato fondersi con le nuvole, soprattutto con quella che ormai aveva imparato a riconoscere, al di là di ogni sua imprevedibile mutevolezza.

C’erano lo spazio curvo, il tempo curvo, i buchi neri in cui ogni cosa precipitava, la materia oscura, le galassie. Chiamò a raccolta i pensieri e non ne trovò nemmeno uno, quindi scagliò lontano il pennello e lasciò colare sul foglio gli avanzi di colore. Ed ecco che subito un primo pensiero si presentò: la realtà non è come ci appare.

WP_20160915_001.jpg(acrilico su carta)

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Tu sé que quiero

croar: gracias por todo.

Rana en las nubes.

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Il Jolly e l’acquerello

Finalmente ti ho incontrato! Mi prendevi tra le braccia, sapevi un po’ di chiodo di garofano e un po’ di curcuma. Si stava bene così abbracciati, il caldo di questi giorni non era un problema. Gli altri sembravano gioire guardandoci e anche tu non facevi che sorridere. Mi sarebbe piaciuto fermarmi molto più a lungo, stare lì con te fino a venirti a noia, ma un raggio all’improvviso ha illuminato il cuscino e tutto il resto è piombato nel buio. Mi è rimasto tra le dita solo l’acquerello che mi ha allungato un tizio giusto un attimo prima di dileguarsi.

… Chi era? … Mah!

…Di sicuro un personaggio eccentrico, vestito da Jolly quasi per intero. Nel presentarsi mi ha detto di saper dipingere l’amore – pensa che ciarlatano –  e poi ha avuto la faccia tosta di aggiungere che quei due sotto la luna siamo noi!

…No, soldi non me ne ha chiesti, ci mancherebbe!

Se devo essere sincera a me non pare un granché, però… però ecco… sì… sono contenta di averlo.

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A Dani

Aspettavo il tuo arrivo. Ti aspettavo.

Ti dedico questa breve, intensa poesia, di Chandra Livia Candiani, e l’acquerello che ti era piaciuto.

 

Io accarezzo il silenzio.

Il silenzio –

che mi spedisci –

tu.

La prontezza

della tua assenza

la assaporo –

la mancanza –

qui

nel pieno del petto

vuoto,

la sorseggio

come un vino difficile,

te la dono

come una mano grande

aperta

sotto la pioggia.

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Ogni caso

Poteva accadere.

Doveva accadere.

E’ accaduto prima. Dopo.

Più vicino. Più lontano.

E’ accaduto non a te.

 

Ti sei salvato perché eri il primo.

Ti sei salvato perché eri l’ultimo.

Perché da solo. Perché la gente.

Perché a sinistra. Perché a destra.

Perché cadeva la pioggia. Perché cadeva un’ombra.

Perché splendeva il sole.

 

Per fortuna là c’era un bosco.

Per fortuna non c’erano alberi.

Per fortuna c’era una rotaia, un gancio, una trave , un freno,

un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.

Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

 

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.

Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,

a un passo, a un pelo

da una coincidenza.

 

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?

La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?

Non c’è fine al mio stupore, al mio tacere.

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore.

                       Wislawa Szymborska (Da “Ogni caso”, 1972)

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1 maggio

Piove sull’acqua –

come gronda di luce

la ninfea rosa!

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Il pulcino cosmico (di G. Rodari)

In occasione della Pasqua, una favola per tutti noi. Perché le favole fanno bene anche agli adulti, specie se rincuorano come questa di Rodari. Auguri!

(Tratta da Favole al telefono. Einaudi)

 L’anno scorso a Pasqua, in casa del professor Tibolla, dall’uovo di cioccolata sapete cosa saltò fuori? Sorpresa: un pulcino cosmico, simile in tutto ai pulcini terrestri, ma con un berretto da capitano in testa e un’antenna della televisione sul berretto.
Il professore, la signora Luisa e i bambini fecero tutti insieme: Oh, e dopo questo oh non trovarono più parole.
Il pulcino si guardava intorno con aria malcontenta.
– Come siete indietro su questo pianeta, – osservò, – qui è appena Pasqua; da noi, su Marte Ottavo, è già mercoledì.
– Di questo mese? – domandò il professor Tibolla.
– Ci mancherebbe! Mercoledì del mese venturo. Ma con gli anni siamo avanti di venticinque.
Il pulcino cosmico fece quattro passi in su e in giù per sgranchirsi le gambe, e borbottava:
– Che seccatura! Che brutta seccatura.
– Cos’è che la preoccupa? – domandò la signora Luisa.
– Avete rotto l’uovo volante e io non potrò tornare su Marte Ottavo.
– Ma noi l’uovo l’abbiamo comprato in pasticceria.
– Voi non sapete niente. Questo uovo, in realtà, è una nave spaziale, travestita da uovo di Pasqua, e io sono il suo comandante, travestito da pulcino.
– E l’equipaggio?
– Sono io anche l’equipaggio. Ma ora sarò degradato. Mi faranno per lo meno colonnello.
– Be’, colonnello è più che capitano.
– Da voi, perché avete i gradi alla rovescia. Da noi il grado più alto è cittadino semplice. Ma lasciamo perdere. La mia missione è fallita.
– Potremmo dirle che ci dispiace, ma non sappiamo di che missione si trattava.
– Ah, non lo so nemmeno io. Io dovevo soltanto aspettare in quella vetrina fin che il nostro agente segreto si fosse fatto vivo.
– Interessante, – disse il professore, – avete anche degli agenti segreti sulla Terra. E se andassimo a raccontarlo alla polizia?
– Ma sì, andate in giro a parlare di un pulcino cosmico, e vi farete ridere dietro.
– Giusto anche questo. Allora, giacché siamo tra noi, ci dica qualcosa di più su quegli agenti segreti.
– Essi sono incaricati di individuare i terrestri che sbarcheranno su Marte Ottavo tra venticinque anni.
– E’ piuttosto buffo. Noi, per adesso, non sappiamo nemmeno dove si trovi Marte Ottavo.
– Lei dimentica, caro professore, che. lassù siamo avanti col tempo di venticinque anni. Per esempio sappiamo già che il capitano dell’astronave terrestre che giungerà su Marte Ottavo si chiamerà Gino.
– Toh, – disse il figlio maggiore del professor Tibolla, – proprio come me.
– Pura coincidenza, – sentenziò il cosmopulcino. – Si chiamerà Gino e avrà trentatré anni. Dunque, in questo momento, sulla Terra, ha esattamente otto anni.
– Guarda, guarda, – disse Gino, – proprio la mia età.
– Non mi interrompere continuamente, – esclamò con severità il comandante dell’uovo spaziale. – Come stavo spiegandovi, noi dobbiamo trovare questo Gino e gli altri membri dell’equipaggio futuro, per sorvegliarli, senza che se ne accorgano, e per educarli come si deve.
– Cosa, cosa? – fece il professore. – Forse noi non li educhiamo bene i nostri bambini?
– Mica tanto. Primo, non li abituate all’idea che dovranno viaggiare tra le stelle; secondo, non insegnate loro che sono cittadini dell’universo; terzo, non insegnate loro che la parola nemico, fuori della Terra, non esiste; quarto…
– Scusi comandante, – lo interruppe la signora Luisa, – come si chiama di cognome quel vostro Gino?
– Prego, vostro, non nostro. Si chiama Tibolla. Gino Tibolla.
– Ma sono io! – saltò su il figlio del professore. – Urrà!
– Urrà che cosa? – esclamò la signora Luisa. – Non crederai che tuo padre e io ti permetteremo…
– Ma il pulcino cosmico era già volato in braccio a Gino.
– Urrà! Missione compiuta! Tra venticinque anni potrò tornare a casa anch’io.
– E l’uovo? – domandò con un sospiro la sorellina di Gino.
– Ma lo mangiamo subito, naturalmente.
E così fu fatto.
Bergenia e Muscari 001

Leggendo Javier Marìas

Sto terminando la lettura di un romanzo intitolato: “Così ha inizio il male”, di J. Marias. Questo autore non mi delude mai, da lui mi sento presa per mano già dalla prima riga e accompagnata fino all’ultima. Non rischio di perdermi e seguirlo non mi costa fatica, nonostante la complessità degli argomenti e i frequenti voli pindarici a cui mi sottopone: piccolo-grande miracolo della scrittura, che quando funziona non lascia spazio a fraintendimenti. Cosa che invece capita alle ‘alate’ parole quotidiane, troppo spesso fonte d’incomprensione e di rancore.

Riporto di seguito una frase del romanzo (una tra le tante) che mi ha colpito e che desidero condividere.

“Ciò che era unico finché era segreto e ignoto a tutti, diventa un episodio banale una volta che è stato esposto e gettato nel sacco comune delle storie che si sentono in giro e si mescolano e vengono dimenticate, e che per di più potranno essere riportate e travisate da chiunque per puro caso passi da lì o ne sia raggiunto, perché una volta che le abbiamo liberate, le storie rimangono nell’aria e non c’è modo d’impedire loro di aleggiare o volar via se la bruma le avvolge o il vento le sospinge, e di viaggiare attraverso lo spazio e attraverso il tempo deformate da molteplici echi e dalla lama affilata delle ripetizioni”. 

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E grazie a un dito/ dal cilindro del nulla/ oplà, ogni cosa.

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Seguire tracce / non mi costa fatica / bosco d’infanzia.

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