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Canzone

Frugando, ho ritrovato un vecchio testo, che poi venne musicato. Lo avevo scritto per un mio spettacolo di cabaret, un monologo andato in scena molto ma molto tempo fa. Nel rileggerlo oggi provo un po’ di tenerezza, comunque mi fa ancora sorridere e allora, beh… eccolo.

Canzone dell’outsider

Mi è stato detto: “Un giorno, vedrai sarai felice, robusta crescerà la tua radice!”.

Ma io, da piccolina, storcevo il naso sempre, di diventare un baobab, non m’importava niente. Volevo essere stelo, fluttuare come un velo, rincorrere il successo mi pareva un po’ da ossesso.

Il peso del successo è da elefante, per me il successo è solo una troia gigante, io questo l’ho capito perché da passante, ho visto un ricco manager buttarsi giù dal ponte.

Mangiavo solo pere, ma le volevo intere: la frutta senza buccia che aria spenta e squalliduccia! Dicevano: “Che sciocca, detesta l’albicocca, ci sputa l’amarena, non sarà giammai serena!”.

Il peso del successo è piombo fuso, per questo chi lo ottiene è spesso deluso, pertanto griderò fino a che ce la faccio: “Il prezzo del successo è un gran catenaccio!”.

Mia madre ripeteva: “Hai già la testa a pera, o cambi o la tua vita sarà dura!”.

Adesso son cresciuta, però non ravveduta, mantengo quell’aspetto da sventata… Non voglio avere niente che ingombri la mia mente, mi piace divagare e da sola ci so stare…

Non sempre chi si ostina ha un buon risultato, l’amore fugge via se si sente braccato, può essere che sbagli, non è dimostrato, ma spesso chi non cerca poi viene trovato.

E dunque, appena posso: via, giù a pedalare! Più lenta, più veloce, non sto a raccontare; le piante, i fiori, i prati io vedo sfilare e libera nel vento continuo a cantare!

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Diciotto marzo

In questi giorni piovosi si accavallano attimi, li ascolto nella musica, provo a sventrarli e a dilatarli, a osservarli nella sequenza coreografica che sto cercando di montare insieme alle giovani allieve del corso di teatro-danza in cui insegno, in vista del saggio di fine anno. Ardua impresa. Impossibile rendere la molteplicità, le sfumature dei fuggevoli istanti di cui le nostre giornate si compongono. A volte questa consapevolezza si fa più acuta, quasi dolente. Viene la voglia di lasciar perdere ogni tentativo di trasposizione espressiva, disperatamente monca. Manchevole sempre la visione, l’aspirazione a un condiviso sentire.  Chissà se la parola -almeno a tratti- può farsi ponte tra gli uomini.

Stupore, rabbia

attimi sempre in guerra

ad ogni passo.

In quale direzione

camminiamo nel tempo?

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Altrove

Io appartengo alla musica orientale

alle liane intrecciate sopra l’acqua

a finestre barrate per le scimmie

a occhi neri nel buio lampeggianti.

Dalle genti sull’Arno non discendo

né da chi sopra gli acini pigiava.

Già una nota di ottone mi sospinge

nei territori a est, oltre il confine.

Mi ritrovo a danzare sulle sponde

del Milijacka, sui ponti a Sarajevo.

A infiorare i capelli con le rose

a ruotare la gonna variopinta.

La voce a modulare come un’onda

annusando l’odore delle spezie

a seguire le spire dell’incenso

a invocare la pioggia sui banani.

Mi sottrasse alla fame un dio pietoso

e a sanguinose guerre fratricide.

Ringrazio oggi chi di me ebbe cura

ma sono altrove quando il fiato suona.

Altrove canto.

Altrove, altrove, altrove.

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La canzone dei vecchi amanti (La chanson des vieux amants)

La canzone di Jacques Brel  nella riscrittura e nell’interpretazione di Franco Battiato. Se non vi convince del tutto andate su youtube e troverete la versione originale francese, ancora più struggente.

Perché a volte è meglio starsene zitti.

E ascoltare.

Buon fine settimana a tutti.

CANTANTE

 

Credo che la parola del titolo sia per natura così “cristallina” da non richiedere particolari approfondimenti, quanto meno nella sua accezione sostantivale. Può considerarsi cantante chiunque canti per professione. Si può tuttavia subito tracciare una linea di demarcazione tra cantanti lirici e cantanti di musica leggera. Ma non desidero qui addentrarmi in ulteriori, più specifiche suddivisioni. Questa parola per me è evocatrice di una sola persona, che già di per sé campeggia su tutte: mia madre.

In casa, aveva sempre cantato, fin da bambina. I fratelli (era nata dopo tre maschi) la ascoltavano così volentieri che arrivarono a farla esibire davanti a parenti e amici, inorgogliti. Finché un giorno il terzogenito decise di accompagnarla alla EIAR di Torino. Verso la fine della guerra, non ancora diciottenne, esordì nei programmi radiofonici, incoraggiata dai Maestri Bonino e Consiglio; oggi pare molto strano, ma cantavano in diretta, allora, i cantanti della radio. Nel 1947, mia madre vinse il concorso indetto dalla RAI per giovani cantanti e nel 1949 iniziò a incidere per la Fonit Cetra.

Si esibì da solista accompagnata da numerose orchestre, dirette da Maestri ai tempi assai famosi, tra i quali Angelini e Kramer; partecipò ad alcune serate in compagnia di Natalino Otto, quindi entrò a far parte del Duo Vocale Vis, che di lì a poco si trasformò in Trio. Le serate in giro per l’Italia andavano infittendosi; i soldi guadagnati contribuivano, almeno in piccola parte, a coprire le spese della famiglia d’origine, composta oltreché dai genitori, da ben sette fratelli. Ma il dio Eros si presentò, come sempre, senza preavviso. Le tese l’arco un pomeriggio, a un tè danzante organizzato all’Odeon di Milano. Lei cantava, lui era tra il pubblico, ancora ignaro del fatto che presto sarebbe diventato mio padre. Dopo avere messo al mondo un secondo figlio, mamma decise che al ruolo materno si sarebbe dedicata a tempo pieno; ripose in cantina il baule da viaggio, diede addio a lustrini e paillettes. Prese a gorgheggiare in casa, solo per noi. E il nido dell’usignola si andò popolando. A lei, tutta la mia gratitudine. Forever.

MAMMA CANTANTE

FIGLIA CHE NEL VAGIRE

E’ GIA’ INTONATA.

HO NELLA VOCE ANCORA

PAPAVERI E PINGUINI.

Mia madre è la prima a sinistra (guardando la foto)

Mia madre (Maria Dattoli) è la prima a sinistra (guardando la foto)

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