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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per il tag “ricordo”

I ricordi mi vedono

Un mattino di giugno, troppo presto

per svegliarsi, troppo tardi per riprendere sonno.

 

Devo uscire nel verde gremito

di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

 

Non si vedono, si fondono totalmente

con lo sfondo, camaleonti perfetti.

 

Così vicini che li sento respirare

benché il canto degli uccelli sia assordante.

 

TOMAS TRANSTROMER (Stoccolma, 1931-2015)

Traduzione di: Maria Cristina Lombardi.

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Oceani

RIFIUTI A RIVA-

MA NELL’OCEANO, A NOTTE

IL PLANCTON BRILLA.

FORTE VORREI -LO GIURO-

POTER DIMENTICARE:

PLASTICA IN OGNI DOVE,

SU RAMI E CAMPI, IN MARE.

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Qui

Schiena sui sassi,

si scherma il sole.

 

Dal tronco naufrago

cola resina di mare.

 

Carezzo steli

posidonia

stelle di vetro

paglia.

 

A palpebre calate

niente attesa

perché subito arriva:

fragore d’onda

spuma che odora.

 

Eppure, oltre:

all’inchiostro

del fondo.

 

Oltre.

 

Sotto il luccichio.

 

Sotto.

 

Dove placida

si muove

la manta

della scapola.

 

Qui:

alla conchiglia

del bacino.

Al plancton impoverito

delle ginocchia

sostanza manca.

Nutrimento.

Nella mia,

la tua mano.

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Ombra

Ecco, una traccia,

già provo a seguire.

Ombra odorosa

– sottolineo –

cara.

 

Nel mondo vado, ma passo non muovo

– desto il ricordo, lesto nel viaggiare –

eppur m’insegue, frulla quell’eppure

che sempre vuole me soltanto, a dire.

 

Colma mi trova

di vuote parole.

Così mi lascia,

mi ritrovo sola.

 

Smarrita, prima:

– Traccia troppo rara? –

felice, dopo,

nella scia che odora.

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A Dani

Aspettavo il tuo arrivo. Ti aspettavo.

Ti dedico questa breve, intensa poesia, di Chandra Livia Candiani, e l’acquerello che ti era piaciuto.

 

Io accarezzo il silenzio.

Il silenzio –

che mi spedisci –

tu.

La prontezza

della tua assenza

la assaporo –

la mancanza –

qui

nel pieno del petto

vuoto,

la sorseggio

come un vino difficile,

te la dono

come una mano grande

aperta

sotto la pioggia.

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Essere luna

Essere luna. O il mare

che si dibatte e rotola alla riva,

con immenso rumore; e strane barbe

avvolge alla sua faccia, e par che levi

in esse il suo dolore. Esser la spiaggia

fredda che i passi

sente del mare sopra il petto, e il tuono

della sua voce la colpisce e il pianto

l’acceca, e corre, e par che pace n’abbia.

Esser vorrei tutto quanto delira,

tutto quanto sommosso

è dal dolore, quanto scoppia d’ira,

quanto s’agita brama infuria accende

e pazzo piange.

 (Anna Maria Ortese)

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Sotto la luna piena (acrilico)

Ode alla cima

Fiori molli distesi

orecchie chiare

da mordicchiare adagio

ad una ad una.

Indugio foglie poi

prendo il respiro

prendo e mi tuffo

al centro di un boccone.

Scivola il viaggio fino

nella gola fino in cucina

di credenza al piano

stupito affaccio

sguardo da bambina.

Pasta che odori

di mimosa e viola

piccole orecchie

che mi state in mano

ad ascoltar la mia

fame d’amore.

Coi rebbi adesso frugo in un

passato che è stato appena

giusto l’altro ieri

ma già avvizzisce e presto

andrà scordato.

Grazie mia cima

cima del principio

cima di rapa

dolce attracco antico.

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La guerra non ha un volto di donna

In occasione dell’otto marzo il mio pensiero va a tutte le donne sovietiche ex-combattenti nella II guerra mondiale (e lo estendo alle donne che sono tuttora costrette ad attraversare altre sanguinose guerre). Consiglio la lettura del libro (Premio Nobel per la letteratura 2015) di Svetlana Aleksievic, “La guerra non ha un volto di donna” (Bompiani), una toccante raccolta di testimonianze delle sopravvissute all’aggressione che Hitler scatenò verso Oriente nel 1941, in cui persero la vita milioni di persone. Qui sotto, un breve stralcio.

Quando mi hanno detto… ecco, queste parole: “La guerra è finita!” senza por tempo in mezzo mi sono seduta… sul tavolo operatorio. Con il mio dottore avevamo stretto un patto: il giorno in cui ci avrebbero detto “La guerra è finita!” ci saremmo seduti sul tavolo sterile. Per fare una cosa inaudita. Tant’è che non permettevo mai a nessuno di avvicinarsi al tavolo sterile, tenevo tutti a debita distanza. Io indossavo sempre guanti, mascherina e una blusa sterile ed ero io a porgere ai chirurghi quello che occorreva: tamponi, ferri… E qui invece, oplà, mi sono seduta su quel tavolo… Che cosa sognavamo? Anzitutto, naturalmente, di vincere. In secondo luogo di restare vive. Una diceva: “Finita la guerra, avrò un mucchio di bambini”, un’altra: “Mi iscrivo all’università”. Un’altra ancora: “Passerò tutto il mio tempo dal parrucchiere, mi vestirò elegante, baderò di più al mio aspetto”. Oppure: “Mi comprerò dei buoni profumi. Una sciarpetta, una spilla”. Ed ecco che quel momento era venuto… E tutti si erano fatti all’improvviso silenziosi… 

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(Senza titolo, acrilico su carta)

Sull’amore

A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è un fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.

(John Williams, Stoner, Fazi Editore, p. 225)

IMG-20160228-WA0001.jpg(Foto di Daria Mascotto)

Senza titolo

Piego le gambe:

si è spento già il lampione

quasi mattino.

Davanti alla tua ombra

è di carne il ricordo.

Si fa crosta l’inchiostro

d’ibisco la ferita.

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