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Poesie, prose, foto e dipinti

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Vorrei che fosse vero

brano tratto da La guerra delle campane (Favole al telefono, di Gianni Rodari)

C’era una volta una guerra, una grande e terribile guerra.

(…)

Il nostro comandante, lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone, ordinò di tirar giù tutte le campane dai campanili e di fonderle tutte insieme per fabbricare un grossissimo cannone: uno solo, ma grosso abbastanza da vincere tutta la guerra con un sol colpo.

(…)

Ecco il gran momento. Il cannonissimo era puntato sui nemici.

(…)

Foto A.L.

Foto A.L.

Lo stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone ordinò: – Fuoco!

Un artigliere premette un pulsante. E d’improvviso, da un capo all’altro del fronte, si udì un gigantesco scampanio: Din, Don, Dan!

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GOCCIA IL PENNELLO

TIMIDO S’ARROVESCIA

IL DESIDERIO.

desiderio 001

La montagna intagliata

Montagne

Un segno noi siamo, che nulla indica”. (Hölderlin)

Era tempo di accogliere una storia nuova, che sapesse farsi largo in quella sua vita, così a lungo compressa.
Da anni, a Carla capitava di ripercorrere il medesimo tragitto; forse se n’era liberata una volta per tutte. A bordo della corriera blu e via, fuori dalla città, con un bagaglio leggero.

Alla meglio sgombrata la casa, per lo più regalandone oggetti e arredi, aveva pressoché cancellato dalla mente l’indirizzo che per anni lei aveva riportato su lettere e documenti; abitava tra i monti, adesso; l’asfalto nemmeno fin lì arrivava.

Guardò fuori: mulinelli di neve nell’aria, cielo bianco, scintillante di mistero.
Non sapeva come sarebbero andate le cose, in solitudine. Non conosceva nessuno, ma il coraggio le stava crescendo in grembo.

Fin dai primi giorni, Carla aveva preso a studiare i nomi delle piante che le stavano attorno e dopo circa una settimana, a corto di provviste e di denari, era scesa in paese a fare la spesa con i pochi restanti e a cercare un lavoro qualsiasi.
Sulla piazzetta della chiesa, aveva seguito l’indicazione di una freccia di cartone fosforescente.

Spinta la porta bugnata consumata dal gelo invernale, si era ritrovata in una saletta un poco al di sotto della strada, dove i raggi del sole arrivavano a stento, in mezzo a curiosi oggetti di legno, a radici tramutate in buffe creature. Ne aveva così conosciuto l’artefice: un uomo dallo sguardo trasparente, i lunghi baffi a virgola, robusto e brizzolato; un intagliatore di tasso, noce, faggio ed altre essenze ancora, ma soprattutto di pino e di abete.

Piero, questo il nome scandito dall’uomo mentre le stringeva la mano, l’aveva intrattenuta con racconti di alberi conosciuti da sempre, cui aveva persino attribuito nomi squisitamente umani. Il fatto era che lui, alcuni alberi, li sapeva abitati.
Non da fate o gnomi, non aveva creduto neppure da bambino a simili sciocchezze, ma da anime di persone che avevano abbandonato il corpo.

C’era Sabino, un larice deciduo che s’innalzava a 1910 metri di altezza: più di mille anni, aveva! Sabino pelo-rosso: quante doveva averne viste! Di certo gli era capitato di assistere impotente al taglio degli altri larici, alla luttuosa caduta degli alberi compagni. E poi, tra il 1200 e il 1400, appena sotto il ghiacciaio, un paio di piccoli ospizi erano sorti ad accogliere gente di montagna che andava e veniva; eppure adesso non ne rimaneva traccia. Anche le malghe dei pastori si erano disgregate, forse se ne poteva desumere l’esistenza da qualche rara pietra squadrata, rotolata giù nel vallone, sospinta dalla forza di vento, acqua, neve.

Sabino mormorava a Piero che gli anni cancellano ogni cosa, che mai niente permane, che persino le cime si consumano. Pur triste, Sabino non avrebbe mai rinunciato alla sua lunga vita, per questo dono ringraziava ogni giorno il Creatore.
L’antica forma umana del suo ospite si era disfatta a causa di una lama, che un nemico gli aveva conficcato nella gola, proprio lì nei pressi, e subito egli aveva trovato riparo nell’imponente larice deciduo, cioè dentro Sabino.
L’anima ritrovava voce quando il ghiacciaio s’illuminava al chiarore della luna tonda, una notte al mese. Cantava, l’ospite di Sabino, per la volpe argentata e gli stambecchi, per la marmotta e la poiana.

Carla ascoltava rapita Piero: per la prima volta avvertiva, delle parole, il profumo. Odoravano ora di mirtillo, ora di fungo; di fieno, di zucca, di lichene. Quelle parole di aria balsamica erano da respirare ad una ad una, allargavano i polmoni, scaldavano il cuore.

A tradimento era calata la sera; avrebbe dovuto attendere l’indomani per raggiungere la baita in cui viveva. Chiese dell’albero di tasso e le fu descritta quell’essenza morbida ma tenace, da intagliare a fatica. Chiese delle robinie, dei cedri del Libano, delle acacie, dei pruni, delle sequoie giganti. Davanti a sé aveva finalmente qualcuno con cui condividere una passione, che come lei considerava gli alberi gli unici testimoni affidabili del tempo.

Piero narrò di Josephine, un quercus pubescens di anni quattrocento, una quercia lanuginosa dai rami ritorti alta quasi venticinque metri, aggrappata a una rupe; parlò a Carla della sua capacità d’incantare, in virtù della chioma, i cacciatori, che sotto di lei andavano sempre sbagliando la mira. Dentro di lei, una giovane donna, spirata dando la vita.
Sulle foglie di Josephine, Piero faceva passare i polpastrelli, e un batuffolo, allora, si formava. Maschi e femmine, i fiori gialli e rossi di lei, madre prolifica, che di ghiande si adornava ogni autunno, alla vigilia di quel parto che era stato fatale alla sfortunata puerpera che la abitava da oltre un secolo.

– Ah, le amate querce! – sospirò Piero. I re amministravano giustizia sotto gli alberi – riprese. Grazie al fruscio delle foglie della Quercia Sacra a Zeus, in Grecia, a Dodona, tre sacerdotesse ne interpretavano le volontà. Perché spesso è nelle piante che si nascondono gli oracoli – tenne a precisare.

La notte affondava nel nero le radici, le luci dei lampioni avevano l’aureola. – Puoi fermarti da me – disse Piero- e Carla gli rispose di sì.
Dormì in soffitta in un letto di massello di noce, sotto le grandi travi.
La mattina seguente Piero spiegò che quelle erano di abete, e parlò anche dei boschi sacri, del noce considerato a lungo albero delle streghe; del frassino, del tiglio, del cipresso, delle differenti cortecce, delle ferite spesso mortali inferte dai fulmini. Quando trovava una pianta morta, Piero, dopo averla segata alla base, le incideva nel moncone a terra i lineamenti, lasciando che l’espressione già contenuta nel tronco affiorasse.

Il sole alto, decisero d’inoltrarsi nel bosco. Le loro ombre si proiettavano nette sul terreno. Ancora più intagliato il sentiero, ai passi loro.
Gli alberi conosciuti li stavano aspettando.
Sabino arrossì nell’udire i complimenti che gli rivolse Carla, mentre Josephine non si stancò di ondeggiare mentre Piero, tra le braccia, la strinse.

La sorpresa più grande però, la riservò Andrea, il fiero peccio di trecentocinquanta anni, alla cui specie appartengono gli alberi di Natale.
Si diceva avesse fatto gola a Stradivari, che se n’era innamorato e per anni l’aveva invano implorato di dargli un violino.
Dentro Andrea, ci stava una bimba che giocava alle pigne: altroché violino!
Andrea era la casa della bambina rimasta senza fiato.
La sua anima, di resina da quando lo abitava, non era mai più stata in affanno!
Sotto gli aghi del peccio Andrea, ma sotto sotto, quattro porcini da favola. Anzi, per meglio dire, da grigliata.

E così fu il pranzo di Carla e Piero, al ritorno dalla passeggiata, e poi fu ancora la baita tra le nuvole, dove Carla, seppure nei ritagli di tempo (visto che grazie a Piero le riuscì di trovare lavoro al Bar Centrale) approfondì gli studi di botanica. Sola di nuovo, è vero, ma affiancata.
Tale e quale a noi, alberi che saremo.

Tanka interrogativo

EPPURE ANCORA
MI TROVO A IMMAGINARE
QUASI OGNI GIORNO.

SI OTTIENE LA SAGGEZZA
SE SI UCCIDONO I SOGNI?

pittura su carta di riso 001

CAMBIAMENTO (liberamente ispirato al racconto “La burocrazia delle anime”, di Manjula Padmanabhan)

“Dove sarò capitato?”- si domandò Paolo.

Si trovava in una sala disadorna, con una fila di sedie accostate al muro, una specie di squallida sala d’attesa. Era entrato in quel luogo per caso, attratto dalla vistosa targa ottonata posta sul muro, a fianco della porticina affacciata sulla strada, su cui campeggiava l’insolita scritta: “Collocamento vite”.

Era curioso, Paolo, e proprio l’attimo prima si stava interrogando sulla propria vita. Si sentiva smarrito. Deluso. Stanco. Della moglie, del lavoro, di tutta la sua quotidiana, avvilente routine. Non era tempo, però, per imboccare nuove strade- la crisi, la crisi, la crisi… – andavano ripetendo tv, radio e giornali a spron battente. Avrebbe tanto desiderato cambiare, cambiare sul serio…

Collocamento vite… -rimuginava ora tra sé – chissà di che cosa si tratta, forse è un cartello finto, una semplice burla.

Paolo Migliori era un grande appassionato di filosofia fin dai lontani tempi del liceo, dove il suo interesse per la materia era stato riconosciuto e premiato; in seguito aveva approfondito gli studi all’università, coronando il suo percorso con una laurea a pieni voti con tanto di lode. Tempi diversi, quelli- si ripeteva mentre si trovava a sostare nella sala d’attesa deserta in cui era da poco e per caso entrato- agitazioni, scontri, assemblee animate dalla speranza di regalare al mondo un volto nuovo. Per alcuni esami lui aveva facilmente ottenuto il “voto politico”, come si usava dire allora. E poi, alla fine degli studi, preso dalla smania di partire, era volato in un misterioso continente, dove si era trattenuto più a lungo del previsto: l’India. Laggiù aveva trascorso uno dei periodi più felici della sua vita; ancora, a distanza di quasi quarant’anni, ne serbava nitido il ricordo, il rimpianto. Se avesse potuto, sarebbe tornato indietro – Dipanare la matassa dell’esistenza, riacchiapparne il capo, non è dato ai mortali – continuava però a dirsi.

Gli accadimenti non si susseguivano come avrebbe desiderato, ecco il punto. Solo la presenza delle amatissime figlie contribuiva a stemperare il gusto appiccicoso e amarognolo delle domeniche trascorse in casa accasciato sul divano, con il telecomando in mano.

Poteva davvero cambiare? Ne aveva ancora il tempo? Era possibile virare improvvisamente? Mutare rotta senza provocare la strage dei passeggeri a bordo? Si sentiva una specie di vecchio capitano allo sbando, mentre l’equipaggio nell’ombra sembrava tramare un ammutinamento. Per non parlare della sua figlia maggiore, da lui definita “ragazza d’oro”, perfino lei lo aveva tradito! Si era innamorata di un giovane che anziché fornire una qualche garanzia, possedeva tutti i presupposti per renderla infelice, eppure lei si rifiutava di ascoltare gli amorevoli consigli di un padre disposto a tutto pur di metterla al riparo da ogni sofferenza. Vero è che la sofferenza era non solo ammessa, ma perfino auspicata in certe filosofie e religioni, e specialmente in quella cristiana, tuttavia questo, anziché sedarlo, lo faceva maggiormente imbestialire. Lottava da una vita contro una cupa visione del mondo, foriera di malessere, sensi di colpa, autoflagellazioni psicologiche. Si era illuso di non averla trasmessa alle figlie e di averla anzi osteggiata, motivando e difendendo ogni giorno con lucidità e competenza le proprie affermazioni.

Si trovava dunque immerso in questa miriade di pensieri, quando nella sala comparve di soppiatto, del tutto inaspettata, una persona. Si trattava di un ometto smilzo e canuto, il cui aspetto umile, dimesso, contrastava con uno sguardo lampeggiante, vigile, acuto.

-Buongiorno – disse l’uomo. – Se lo desidera ora può accomodarsi nel mio ufficio. Venga, mi segua.

Seppure disorientato, Paolo si mosse seguendone i passi. Insieme percorsero un interminabile, buio, freddo corridoio, alla fine del quale stava un’altra porta, che subito si spalancò su una piccola stanza, una sorta di sgabuzzino in cui stava accatastata disordinatamente un’incredibile quantità di scartoffie. L’uomo si sedette dietro una scrivania dal ripiano consunto, che una volta doveva essere stato verde e, indicando a Paolo la sedia di fronte, lo invitò a fare altrettanto.

– Immagino che sia venuto qui perché vuole cambiare vita – disse. – Bene. Ecco il modulo da compilare – precisò allungandogli un foglietto – fa parte della procedura che richiediamo a tutti. Ci serve per mettere a fuoco la situazione, per capire quello che possiamo proporle per il suo prossimo viaggio.

– …Ma qui si richiede la mia data di morte! …Io non sono morto! – esclamò Paolo.

– Tanto meglio! Allora però non se ne fa niente… Buona vita! – replicò l’ometto alzandosi.

Paolo Migliori non riuscì a trattenere un moto di disappunto, al quale seguì quasi meccanicamente la frase: – Scusi, forse mi sono sbagliato. Probabilmente sono morto, magari senza neanche accorgermene.

– Temo che lei sia solo morto “dentro”. So che è poco carino a dirsi, ma vede… la cosa a noi non basta, non ci compete.

A quel punto l’uomo tornò a sedersi e lo scrutò in modo minuzioso, in attesa di un chiarimento che tardava a giungere. Dopo un lungo silenzio, aggrottando le sopracciglia, sentenziò:

– Signore, lei mi deve fornire con precisione luogo, giorno e ora del decesso. Altrimenti la domanda non può essere inoltrata.

– Ma io non so niente! – rispose Paolo sempre più sconfortato.

– Si informi allora! Torni da me solo quando avrà tutti i dati necessari. Se accogliessi la sua richiesta in maniera informale, e cioè senza il modulo compilato in ogni sua parte, verrei licenziato. Su questo non transigono, nelle alte sfere. Temono che qualcuno di noi si faccia corrompere, come in effetti è già avvenuto. Non ha idea di quante persone aspirino a un’altra vita pur non essendo defunte, invece la frase “passare a miglior di vita” non è affatto una metafora… Per farla breve, sappia che un mio collega è stato appena licenziato proprio per non essersi scrupolosamente attenuto alla procedura. La prego di lasciare subito l’ufficio, quindi. Ma se vuole un consiglio, mi ascolti: recuperi i documenti ad hoc, non rimandi! Forse le toccherà mettersi in coda, tuttavia ne trarrà un sicuro vantaggio. La burocrazia non sempre reca danno, sa? Certo che lei mi sembra ancora in salute, ma mi posso ingannare! …Da tempo ho smesso di credere a ciò che vedo… dev’essere una sorta di deformazione professionale… E ora la saluto, ho parlato anche troppo. Prego, da quella parte.

– Come?! …Non può aiutarmi? …Non è un ufficio, questo? …Di sicuro il mio certificato di morte è già qui, basta cercarlo!

– Lo cercherei volentieri se potessi, ma non ne ho il tempo, mi creda. E ora vada, non insista. Come vede ho un sacco di pratiche da evadere. Pare che stia girando un virus, uno stuolo di germi, di batteri… insomma un qualche accidente che non perdona. E dopo, ah dopo! …Dopo è la solita storia: tutto il lavoro di trasmigrazione delle anime, il più complesso e delicato, ce lo dobbiamo sobbarcare noi, non io per fortuna, ma l’ufficio al piano superiore… Ah, sapesse…! – disse con un sospiro, mostrando l’enorme mole di incartamenti da cui era circondato.

Paolo si alzò suo malgrado e trascinando i piedi a fatica si ritrovò, alla fine, nella stessa sala d’attesa in cui era entrato. Gli sembrava di udire dei lamenti, delle grida soffocate, degli improperi. Come se il piano di sopra fosse abitato da un esercito di spettri. Spaventato, non riusciva quasi a connettere. E soprattutto a farsi una ragione del comportamento di quel vecchio impiegato, che continuava ad apparirgli scortese e per di più poco professionale.

Dopo la morte ogni vivente aveva diritto a trasmigrare in un altro corpo, su questo non aveva dubbi: sia gli studi di filosofia indiana che la frequentazione di ashram e templi indù ai tempi del lontano viaggio in India, peraltro replicato a più riprese nel corso dell’esistenza, contribuivano ad avvallare le sue convinzioni. Forse il problema vero consisteva nel fatto che lui non era di religione induista, anche se l’impiegato, a onor di cronaca, non aveva nemmeno accennato alla cosa – pensava camminando avanti e indietro.

Possibile che chi, come lui, era stato educato secondo i dettami della chiesa romana-cattolica-apostolica, venisse escluso dalla trasmigrazione? Se davvero così fosse stato, si sarebbe trattato di una clamorosa ingiustizia. Gli sarebbe subito toccato il purgatorio o peggio, l’inferno? Era stato battezzato quando ancora non era in grado di scegliere …Con chi protestare, insomma? A chi rivolgersi per reclamare dei diritti, se anche dal “Collocamento vite” veniva così brutalmente respinto? Il trasmigrare, forniva di per sé una nuova possibilità a cui non intendeva rinunciare, che nessuno poteva negargli se il ciclo morte-rinascita era stato istituito fin dagli albori del mondo, anche a costo di soffrire di nuovo.

C’era qualcuno, più in alto, in cima a quelle scale appena intraviste, e che però non aveva osato salire? Si sentiva un incapace, un vile.

Si guardò intorno, incerto sul da farsi. La tentazione di precipitarsi in fondo al corridoio e d’imboccare le scale era fortissima, ma… e se lo avessero scoperto, bloccato? …Beh, allora?.. se era già morto che cos’altro potevano fargli?… Impedirgli di riprovarci?… E se invece la sua fosse stata una semplice illusione ottica, dovuta alla scarsa visibilità del corridoio e all’emozione da cui ancora era posseduto e che gli dava i brividi? Com’era possibile che tremasse, pur essendo morto? Perché si sentiva in balìa di una sensazione fisica paragonabile al desiderio, anzi all’urgenza, di fare l’amore? …Già, fare l’amore… Da quanto tempo non gli accadeva, quanto era logoro il suo matrimonio… anche per questo voleva ardentemente cambiare vita! …“Ardentemente”… dunque si continuava a “ardere” pur avendo lasciato il vecchio corpo? …Le passioni ci avrebbero eternamente attraversato?

Paolo si fermò e si guardò le mani, le girò, rigirò, toccò: c’erano, erano lì, esistevano. E così pure braccia, gambe, piedi. Erano davvero gli stessi di sempre, quegli arti, o si trovava in un corpo “in prestito” una specie di “corpo provvisorio”? Come avveniva la trasmigrazione? Chi girava la ruota del samsara? Quali criteri venivano usati per l’assegnazione di un corpo nuovo, di una nuova vita? Davvero tutto avveniva secondo la legge del karma? Chi stabiliva di collocare la futura esistenza all’interno del regno vegetale piuttosto che di quello animale? E chi, nel caso in cui si rinascesse in forma umana, l’appartenenza di genere? …Rinascere donna… interessante, ma… per adesso non provava che un grande senso di confusione…

Non aveva uno specchio, non poteva guardarsi. Si accorse che sulla parete opposta c’erano due vetri, i luridi vetri di una finestrella dalla quale trapelava un filo di luce. Forse si affacciava su un minuscolo cavedio, su un vicolo cieco. Paolo si avvicinò. Voleva capire se quel volto gli era sconosciuto o familiare. Arti umani; certo, ne era sicuro, e il resto? In effetti non sarebbe stato contento se avesse scoperto di assomigliare a Ganesh, pur nutrendo per quel dio sincera simpatia. Diventare un dio era possibile? No, che sciocchezza… La testa, qualunque aspetto avesse, stava per scoppiargli. Delirava. Voleva, pretendeva di sapere chi era. Come dargli torto?

Niente, niente. Opachi, quasi lattei, quei vetri. Non potevano riflettere nessuna immagine.

Facendo ruotare la maniglia, cercò di aprire la finestra per provare a pulirli dall’esterno, perché proprio da fuori pareva essersi accumulata quella coltre di polvere. Non c’era verso. In preda al più profondo scoramento, quasi ormai rassegnato, cercò ancora di smuoverla. Fece appello a tutte le forze che gli rimanevano. Tentò e ritentò. Ci riuscì.

 Una folata di vento ghiacciato lo travolse. Batteva i denti, ora…

Aveva freddo, tanto, troppo freddo. Strizzò gli occhi appannati, lacrimanti: le due palpebre non mancavano. Gli mancava il fiato. Deglutì: la lingua sfiorò il palato. Quelle parti del corpo esistevano. La mente cominciava a dare segni di sé.

Si ritrovò seduto su qualcosa di morbido, vestito, ma senza le coperte. Un materasso! …Stava sopra un materasso! …E quello era un letto, eppure non il suo. Doveva avere avuto un sonno molto agitato. …Dove accidenti era finito?

In un albergo, ecco dove si trovava! A ben milleseicento metri d’altitudine.

All’improvviso si ricordò di avere preso la stanza per la notte. Da solo era venuto fin quassù, nella valle in cui i genitori lo avevano mandato in colonia da bambino, per anni e anni. Ci era arrivato dopo l’ultima, furibonda litigata in casa. Non ne poteva più. In quella località doveva essersi recato, forse, per cercare di riacciuffare in qualche modo il bandolo dell’esistenza che gli era capitata in sorte.

Era vivo, vivissimo. Stordito ma incazzato, come la sera prima.

Depresso. Nauseato. Sfiduciato.

Aria di neve filtrava dalla finestra. Non l’aveva chiusa bene.

Si alzò, guardò fuori. Una distesa bianca brillava.

Ricostruì l’accaduto.

Si era addormentato ubriaco fradicio.

Gli sarebbe toccato cambiare nel modo più difficile, se davvero era determinato a farlo.

Ripartendo da qui.

Dal nero intorno alla neve.

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