adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per il tag “stagione”

Frullano i raggi-

di un mese controvento

canta l’estate.

 

Così fresco il ricordo

di noi lungo il canale.

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Dichiarazione

Te lo dichiaro:

sono di pianura,

specie quando

il sambuco è

in fioritura.

Possiedo -giuro-

gambe da pianura

come in

quella canzone

veritiera.

Sul piano -vedi-

è il cielo

a dilagare.

Te lo svelo così

senza misura,

tanto per dare il via,

per iniziare.

Per iniziare cosa?

-ecco il problema-

e fino a dove

spingersi a indagare.

L’esitazione piega

la mia schiena,

in vasti campi

mi potrei smarrire.

Termino adesso quindi,

lascio stare.

Saranno vento e

acacie a dissertare,

delle risaie rane

a intervenire.

Noi giù,

frasi alle spalle

come sale.

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Temporale

Oggi nella

mia testa è

temporale.

Nuvolaglia in

capriccio

tuono

a festa.

In combutta

coi suoni

più rubelli

vibrano l’occhio

i battiti di

ciglia.

Non aspettando te

tutto vacilla

se non cado

è perché

pioggia

bacchetta.

Da galantuomo

il tempo assai

smeriglia

la scaglia ieri

rugginosa

brilla.

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Lucciole e fiori:

ti aspetto nel giardino

di mare a maggio.

 

D’improvviso mi accorgo

che ancora nego il vero.

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Un nuovo aprile

Ne sono certa:

cogli ogni mio pensiero

al primo sboccio.

 

La primavera invita

a far scorta d’amore.

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Elleboro

Stella di frutti

a febbraio sussurri:

– sarò il tuo fiore.

A invernali promesse

voglio credere ancora.

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Parole latitanti

Eccoci dunque alle soglie delle festività natalizie, come ogni anno. E come ogni anno ecco che ci aggiriamo in cerca di addobbi, regali, luci intermittenti. Lo facciamo quasi tutti, no? Ci  concediamo qualche lieve stordimento extra, i profumi, i gusti della tavola, le bollicine. Proviamo a sorridere, magari anche a essere generosi. Eppure giusto in questo periodo la mancanza di quelle e proprio quelle mani da stringere,  di quelle e proprio quelle spalle pronte ad accoglierci, si fa bruciante. Davanti alla morte c’è chi  usa dire: “ha lasciato il corpo”. Ma davvero il corpo è soltanto un involucro e l’anima è immortale? Il quesito fondamentale dell’esistenza rimane e rimarrà sempre aperto. Il dato di fatto è: io/noi siamo minuscoli. Altre parole oggi non me ne vengono. Mi pare di avere già scritto una serie di ovvietà. Non posso, dunque, che continuare a guardarmi attorno, gioire della bellezza accanto; ad osservare, ascoltare, condividere finché ci riesco. A cercare di accrescere la mia consapevolezza con un occhio di riguardo al pianeta e ai suoi abitanti. Non posso che accomodarmi alla bell’e meglio dentro la vita con i sensi all’erta, addentrandomi nelle forme, negli odori, nei suoni, nei colori. E nella loro stupefacente mutevolezza.

Il mio ultimo acquerello: “Psychedelic leaves”.

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Vi ninno foglie: / canto finché non siete / accartocciate.

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Vitis vinifera

Ipotesi errata:

quindi, non la wisteria

non il ginko.

D’ottobre il terzo

segreto giunse

comunque di martedì

come previsto.

 

Inspiro vermiglio

rosso della barbera

per la sfida a colori

là nell’orto quando

-inaspettata amata-

tu mi attiri

le venature ruoti

e agiti paillettes

lungo il picciuolo.

Vitis vinifera

dall’inebriante vita

come ho potuto

proprio te ignorare?

Fremere fai

pupille

papille gustative

qui ahah

qui ahahah

oh quanto ridere!

 

Qui

sulla linea che

da una sponda all’altra

curva traversa

tutto intero

il palmo.

In allegria stormisci

-frusc frusc –

e a stormire continui

-fatale distrazione-

nella molle caduta

sotto suole altrui.

 

Da laggiù

-frusc-

odo ancora

mille vite possiedi

(più di un gatto)

senza timore canti

di frammento

in frammento

all’infinito.

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Senza mente

Senza mente riesco

a respirare

far entrare

il tuo corpo

fino ai lombi

far uscire la dotta

ingarbugliata

che pretende

la chiosa

a ogni parola.

Senza mente so

tornar sui passi

tra le sospese valli

so sostare.

Riesco a camminare

sotto il sole

gli sguardi a sostenere

giallo mais.

Tracciarti so tra

i buffi degli steli

danzare con zanzare

sotto i pioppi.

Né più io tremo

nel lasciar la strada

giacché grato m’è

il non trovarmi

e l’essermi smarrita

in quell’infinitudine.

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