adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per il tag “vita”

La mer

Questo è un post di mare. Post in prosa, giacché il mare è madre, quotidiana gioia,  lieve tuffo al cuore nel ritrovarsela davanti al mattino come da bambini, mentre scaldava il bricco del latte a noi che poco prima di vestirci per andare a scuola ancora ci strofinavamo gli occhi ed eravamo così lenti da costringerla a farci fretta per non arrivare in ritardo a rischio di apparire sempre noiosa, pedante, rompiscatole. Le sue raccomandazioni erano ipnotiche litanie da risacca,  perché il mare è “la mer”, come ripete anche la nota canzone francese. In questi giorni ho respirato la sua aria profumata, mi sono immersa nei suoi colori; sono rimasta incantata a osservare i suoi lunghi riccioli bianchi. “La mer” è una donna attempata, anzi, una donna senza tempo capace di aspettare. Manca, in questa città frenetica. Mancano quei riflessi d’onda su cui gli occhi si divertono a ballare, quegli spruzzi salmastri che arrossano le sclere. E’  lontana, la mer, eppure non tradisce. Resta. A volte si lascia attraversare, altre è impenetrabile, ostile. – Se non righi diritto ti  mando a monte! – minaccia.

Nelle acque nessun confine. Morte e vita indissolubili, a fluttuare.

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Vitis vinifera

Ipotesi errata:

quindi, non la wisteria

non il ginko.

D’ottobre il terzo

segreto giunse

comunque di martedì

come previsto.

 

Inspiro vermiglio

rosso della barbera

per la sfida a colori

là nell’orto quando

-inaspettata amata-

tu mi attiri

le venature ruoti

e agiti paillettes

lungo il picciuolo.

Vitis vinifera

dall’inebriante vita

come ho potuto

proprio te ignorare?

Fremere fai

pupille

papille gustative

qui ahah

qui ahahah

oh quanto ridere!

 

Qui

sulla linea che

da una sponda all’altra

curva traversa

tutto intero

il palmo.

In allegria stormisci

-frusc frusc –

e a stormire continui

-fatale distrazione-

nella molle caduta

sotto suole altrui.

 

Da laggiù

-frusc-

odo ancora

mille vite possiedi

(più di un gatto)

senza timore canti

di frammento

in frammento

all’infinito.

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Senza mente

Senza mente riesco

a respirare

far entrare

il tuo corpo

fino ai lombi

far uscire la dotta

ingarbugliata

che pretende

la chiosa

a ogni parola.

Senza mente so

tornar sui passi

tra le sospese valli

so sostare.

Riesco a camminare

sotto il sole

gli sguardi a sostenere

giallo mais.

Tracciarti so tra

i buffi degli steli

danzare con zanzare

sotto i pioppi.

Né più io tremo

nel lasciar la strada

giacché grato m’è

il non trovarmi

e l’essermi smarrita

in quell’infinitudine.

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I niul (Le nuvole), di Franco Loi

Prima di augurare a chi passa da qui buon agosto, desidero pubblicare una poesia di Franco Loi, gentilmente segnalatami dall’amico Antonio Fiori, a sua volta poeta e già apparsa il 9 marzo 2012 sul blog di poesia della rai di Luigia Sorrentino (che consiglio di visitare). E’ una poesia in milanese tratta dal libro “I niul”, pubblicato da Interlinea, che bene si accompagna ai miei pensieri e alle fotografie di nuvole che sto scattando compulsivamente da un po’ di tempo a questa parte, alla ricerca (infantile, banale e ingenua, che però continuo in qualche modo a sentire non del tutto vana) di chi ha lasciato questo nostro meraviglioso pianeta blu.

În niul rösa cun di buff de scür
ch’j passa su Milan nel scend la sera…
În niul ch’j sparìss int un fàss ciar
– se sent bujà un quaj can nel fàss de cera
i tecc luntan di câ, rümur se sfànn…
e dré d’un quaj barcun quajvün fa lera,
dü tri bagaj, ‘na balla, el ferr d’un tram…
‘Me che patiss ne l’ òm la luntanansa!
Cume patìss la vita nel tran tran!
Che bèla sera! ‘Me taja ‘l cel la ransa
che fa vegnì süj câ quèl rìdd legger
e a l’umbra di purtun la lüna dansa
tra quèl tasè di üsèj ch’j par penser.
Sono nuvole rosa con sbuffi di scuro / che passano su Milano nel scendere la sera… / Sono nuvole che spariscono in un chiarore / – si sente abbaiare qualche cane nel farsi di cera / i tetti lontani delle case, rumori si smorzano… / e dietro un qualche balcone qualcuno canticchia, / due tre bambini, una palla, il ferro d’un tram… / Come patisce nell’uomo la lontananza! / Come patisce la vita nella monotonia dei giorni! / Che bella sera! Come taglia il cielo la falce / che fa venire sulle case quel ridere leggero / e all’ombra dei portoni la luna danza / tra quel tacere d’uccelli che sembrano pensieri.

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Peperoncino

passo di samba gioco

fuoco d’estate.

Non appassisci amore

sbocciato a primavera.

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Vocale

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C’è chi

cesella

in oro

le parole

chi ogni giorno

arabesca

i desideri.

Carapace

parola

cara-pace

troppo spesso

cercata

a diniegare.

Ma se

ideale amore

non è dato

resta

imperfetto amore

non perduto.

Esoscheletri

vedo

sul soffitto

traballanti

fonemi

sensi

doppi.

Vieni

linea di luce

fontanile

nuda vocale

te

voglio

scagliare.

A nulla

vale

pingere

finzione:

un calligramma

brilla e

ci contiene.

Fatti vivo

Raccolgo cielo

con mani a coppa

e occhi senza fame,

suoi inafferrabili insegnamenti

istruzioni per tornare vivi,

qualunque tempo faccia.

Lentamente

lentamente

riporto a terra un lancio

mani zeppe di invisibile.

Da sole si seminano le parole

in qualunque stagione,

ricaricano il mondo.

(Chandra Livia Candiani, da FATTI VIVO, Einaudi Editore, 2017) 

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Mami

Penso spesso a lei, mi manca. Cantava, dipingeva, tagliava e cuciva, sferruzzava. Aveva delle mani  e un’ugola d’oro ma la testa tra le nuvole; eppure  dimostrò, alla bisogna, di saper anche essere una donna concreta. Non era puntuale agli appuntamenti e capitava che bruciasse le pietanze (pur essendo un’ottima cuoca) perché aveva la pretesa di fare sempre troppe cose insieme. La ricordo incerta nell’eloquio, alla costante ricerca di frasi che forse non aderivano come avrebbe desiderato al suo pensiero.  Spesso nascondeva i gioielli che le regalava mio padre. Ne perdette parecchi, dato che le capitava di scordare il posto in cui li aveva imboscati. Amava la musica, i bambini, il mare. Era una giocherellona. Aveva degli abiti meravigliosi, che sfoggiava quando si esibiva in pubblico. Di lei restano, oltre a qualche disco della  Fonit-Cetra inciso nel dopoguerra come cantante, molti acquerelli. Eccone uno: Camogli.

Il suo nome era Maria Dattoli.

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Radici

Nelle radici

umori

peli

unghie.

Aggrovigliato

al centro

il mio presente.

Concrezione

di semi

muti assenti.

Garza di bisso

lieve

mai affiorata

a medicare

al buio

ogni ferita.

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So margherite/ che sono di passaggio/ sta a voi tornare.

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