adrianalibretti

Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Fotografie”

Un nuovo aprile

Ne sono certa:

cogli ogni mio pensiero

al primo sboccio.

 

La primavera invita

a far scorta d’amore.

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26 marzo

Bruno l’insetto:

lungo il balcone ronza

la primavera.

Odoro nel mio piatto

l’insalata di viole.

Buona Pasqua a tutti!

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Passaggi di stato

Imperscrutabile

la volontà di pioggia

come di pianto

che ha perduto

il sale.

Ineludibile

il messaggio del sogno

rivelatore

di quello che è

il reale.

Sotto ghiaccio

mi metto

o perdo forma

mentre archivio

domande

mai evase.

Pedante

-mi si dirà-

di cuore avara.

Eppure c’è

un eringio

sotto sterno

che gonfia, preme,

tenta di affiorare,

un profluvio di alghe

senza nome,

specie bastarde

prive di menzione.

E nel caos

di quel verde

da fiumana

qualche grumolo

scorre:

in filigrana.

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Altrove

Io appartengo alla musica orientale

alle liane intrecciate sopra l’acqua

a finestre barrate per le scimmie

a occhi neri nel buio lampeggianti.

Dalle genti sull’Arno non discendo

né da chi sopra gli acini pigiava.

Già una nota di ottone mi sospinge

nei territori a est, oltre il confine.

Mi ritrovo a danzare sulle sponde

del Milijacka, sui ponti a Sarajevo.

A infiorare i capelli con le rose

a ruotare la gonna variopinta.

La voce a modulare come un’onda

annusando l’odore delle spezie

a seguire le spire dell’incenso

a invocare la pioggia sui banani.

Mi sottrasse alla fame un dio pietoso

e a sanguinose guerre fratricide.

Ringrazio oggi chi di me ebbe cura

ma sono altrove quando il fiato suona.

Altrove canto.

Altrove, altrove, altrove.

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TRA VENATURE / TI SCORGO IN TRASPARENZA / QUASI NATALE.

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La mer

Questo è un post di mare. Post in prosa, giacché il mare è madre, quotidiana gioia,  lieve tuffo al cuore nel ritrovarsela davanti al mattino come da bambini, mentre scaldava il bricco del latte a noi che poco prima di vestirci per andare a scuola ancora ci strofinavamo gli occhi ed eravamo così lenti da costringerla a farci fretta per non arrivare in ritardo a rischio di apparire sempre noiosa, pedante, rompiscatole. Le sue raccomandazioni erano ipnotiche litanie da risacca,  perché il mare è “la mer”, come ripete anche la nota canzone francese. In questi giorni ho respirato la sua aria profumata, mi sono immersa nei suoi colori; sono rimasta incantata a osservare i suoi lunghi riccioli bianchi. “La mer” è una donna attempata, anzi, una donna senza tempo capace di aspettare. Manca, in questa città frenetica. Mancano quei riflessi d’onda su cui gli occhi si divertono a ballare, quegli spruzzi salmastri che arrossano le sclere. E’  lontana, la mer, eppure non tradisce. Resta. A volte si lascia attraversare, altre è impenetrabile, ostile. – Se non righi diritto ti  mando a monte! – minaccia.

Nelle acque nessun confine. Morte e vita indissolubili, a fluttuare.

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Larici

Ho riavuto

occhi da bambina

-sguardo che brilla-

ma non la tua

e tua soltanto

voce.

Accento

da gomma americana

mano farfalla.

A quattro zampe

avvisto

bruscoli di passato

come un vecchio

lattante.

I sensi s’allertano

-hai ragione-

lungo la cresta.

Ascolto gruppi rock

degli anni andati

e dell’imprevedibile

piango.

Ti so fermo o

meglio ti sospetto

-forse-

fermo davvero

stato che a te

non appartiene.

Ti offro dunque

da oggi

e per ogni autunno

-aderisci al patto-

il mio tremulo

trampolino di ciglia.

Ti spingerò nell’aria

battito dopo battito

di poco eppure

-fidati-

con determinazione

verso l’ocra

dei larici.

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T’è indifferente?/ Resta che t’amo e t’amo/ cielo d’estate.WP_20170814_002

I niul (Le nuvole), di Franco Loi

Prima di augurare a chi passa da qui buon agosto, desidero pubblicare una poesia di Franco Loi, gentilmente segnalatami dall’amico Antonio Fiori, a sua volta poeta e già apparsa il 9 marzo 2012 sul blog di poesia della rai di Luigia Sorrentino (che consiglio di visitare). E’ una poesia in milanese tratta dal libro “I niul”, pubblicato da Interlinea, che bene si accompagna ai miei pensieri e alle fotografie di nuvole che sto scattando compulsivamente da un po’ di tempo a questa parte, alla ricerca (infantile, banale e ingenua, che però continuo in qualche modo a sentire non del tutto vana) di chi ha lasciato questo nostro meraviglioso pianeta blu.

În niul rösa cun di buff de scür
ch’j passa su Milan nel scend la sera…
În niul ch’j sparìss int un fàss ciar
– se sent bujà un quaj can nel fàss de cera
i tecc luntan di câ, rümur se sfànn…
e dré d’un quaj barcun quajvün fa lera,
dü tri bagaj, ‘na balla, el ferr d’un tram…
‘Me che patiss ne l’ òm la luntanansa!
Cume patìss la vita nel tran tran!
Che bèla sera! ‘Me taja ‘l cel la ransa
che fa vegnì süj câ quèl rìdd legger
e a l’umbra di purtun la lüna dansa
tra quèl tasè di üsèj ch’j par penser.
Sono nuvole rosa con sbuffi di scuro / che passano su Milano nel scendere la sera… / Sono nuvole che spariscono in un chiarore / – si sente abbaiare qualche cane nel farsi di cera / i tetti lontani delle case, rumori si smorzano… / e dietro un qualche balcone qualcuno canticchia, / due tre bambini, una palla, il ferro d’un tram… / Come patisce nell’uomo la lontananza! / Come patisce la vita nella monotonia dei giorni! / Che bella sera! Come taglia il cielo la falce / che fa venire sulle case quel ridere leggero / e all’ombra dei portoni la luna danza / tra quel tacere d’uccelli che sembrano pensieri.

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Niente più foglie:

caddero per stupore

di tanto azzurro?

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