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Poesie, prose, foto e dipinti

Archivio per la categoria “Fotografie”

Qualcosa (Einiges, di W. Kandinsky)

Un pesce si immergeva sempre più in profondità nell’acqua. Era argenteo. L’acqua era turchina. Lo seguivo con lo sguardo. Il pesce andava sempre più giù. Però lo vedevo ancora. Non lo vedevo più. Lo vedevo ancora quando non potevo più vederlo.

Eppure, eppure vedevo il pesce. Eppure, eppure lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo. Lo vedevo.

Un cavallo bianco stava eretto immobile sulle lunghe gambe. Il cielo era azzurro. Le gambe erano lunghe. Il cavallo era immobile. La criniera pendeva verso il basso e non si muoveva. Il cavallo stava eretto immobile sulle lunghe gambe. Eppure era vivo. Nessuna vibrazione dei muscoli, nessun fremito della pelle. Era vivo.

Eppure, eppure. Era vivo.

Nell’ampio prato spuntò un fiore. Il fiore era azzurro. Era solo un fiore nell’ampio prato.

Eppure, eppure, eppure. C’era.

Wassily Kandinsky

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In Sicilia

Ho appena fatto un viaggio che per quanto breve mi ha riconciliato col mondo. Suoni, odori e immagini che andavano sbiadendo hanno ripreso vigore facendomi apprezzare ogni istante.

Persa nella campagna siciliana, là dove in mare sfociano ben tre fiumi, la notte era un incanto.

Richiami di uccelli, stelle tremule, aria fresca in cui ondeggiava il velo della zanzariera. E in lontananza, la melodia della risacca.

A questo dono del cielo c’è da aggiungere una buona compagnia e un libro meraviglioso: “Canto della pianura”, di Kent Haruf.

E come non citare poi l’anziana guida di un museo quasi perso nel nulla, che continuava a ripetere – Oh quant’è bello il mio paese!

E i giovani di Favara, che instancabili progettano un futuro diverso per l’isola intera; un progetto che sta già diventando virale.

E il teatro e la danza, che di nuovo hanno animato le antiche rovine. E la musica al tramonto sulla Scala dei Turchi, come in un film di Fellini.

Insomma, capita questo: non appena le domande inutili (e le ripetitive, seppure inevitabili, incombenze quotidiane) si fanno da parte, lo spazio- tempo interiore si amplia. Torna così a balzare agli occhi il valore delle cose. Quanto meno questo è capitato a me. E tra le cose balzatemi agli occhi durante questo breve, intenso viaggio, eccone una piccola piccola ma non meno importante: ogni sasso di fiume è una scultura, un quadro, un’opera d’arte.

Così come il cammino tra gli alberi a ridosso del mare che ho avuto la fortuna di percorrere e di fotografare.

Buona estate a tutti, anche a chi può viaggiare solo con il pensiero.

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Vocale

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C’è chi

cesella

in oro

le parole

chi ogni giorno

arabesca

i desideri.

Carapace

parola

cara-pace

troppo spesso

cercata

a diniegare.

Ma se

ideale amore

non è dato

resta

imperfetto amore

non perduto.

Esoscheletri

vedo

sul soffitto

traballanti

fonemi

sensi

doppi.

Vieni

linea di luce

fontanile

nuda vocale

te

voglio

scagliare.

A nulla

vale

pingere

finzione:

un calligramma

brilla e

ci contiene.

Fatti vivo

Raccolgo cielo

con mani a coppa

e occhi senza fame,

suoi inafferrabili insegnamenti

istruzioni per tornare vivi,

qualunque tempo faccia.

Lentamente

lentamente

riporto a terra un lancio

mani zeppe di invisibile.

Da sole si seminano le parole

in qualunque stagione,

ricaricano il mondo.

(Chandra Livia Candiani, da FATTI VIVO, Einaudi Editore, 2017) 

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Senza titolo

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Tra noi parole

petali e gridi in volo:

scelgo una carta.

 

Deviando raggi il mare

non partecipa al gioco.

So margherite/ che sono di passaggio/ sta a voi tornare.

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Tegole rosse – / con te bambina volo / sopra l’inverno.

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Qui

Schiena sui sassi,

si scherma il sole.

 

Dal tronco naufrago

cola resina di mare.

 

Carezzo steli

posidonia

stelle di vetro

paglia.

 

A palpebre calate

niente attesa

perché subito arriva:

fragore d’onda

spuma che odora.

 

Eppure, oltre:

all’inchiostro

del fondo.

 

Oltre.

 

Sotto il luccichio.

 

Sotto.

 

Dove placida

si muove

la manta

della scapola.

 

Qui:

alla conchiglia

del bacino.

Al plancton impoverito

delle ginocchia

sostanza manca.

Nutrimento.

Nella mia,

la tua mano.

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Buio con luce dentro

Molti anni fa scrissi una pièce che s’intitolava così. La provammo in teatro per qualche tempo con il gruppo teatrale di allora. Purtroppo, come a volte accade, nacquero tra di noi profondi dissapori e quel lavoro non venne mai più messo in scena. Il copione giace in casa da qualche parte, in attesa, magari, di venire un giorno riletto. Non so perché ne scrivo oggi, forse perché da qualche anno rivado spesso ai miei trascorsi teatrali o forse, come in questo caso, perché ci sono immagini che mi colpiscono sempre e mi fanno rivivere passate sensazioni. Ecco, nella foto scattata in montagna un paio di notti fa, c’è proprio quel “buio con luce dentro” introvabile nelle nostre città, inquinate, oltreché dall’aria, dall’illuminazione artificiale;  quel misterioso pozzo nero in cui amo immergermi, dove di visibile resta solo la luna.

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Da “Le piccole persone” di Anna Maria Ortese

Anna Maria Ortese mi fa riflettere ed emozionare, sempre. Voglio condividere un breve stralcio tratto da “Le piccole persone”, libro pubblicato recentemente da Adelphi. Si tratta di una raccolta di scritti per lo più inediti, che coprono un arco cronologico che va dal 1940 al 1997, anno precedente a quello della sua morte.

(…) questa Natura, con i suoi rituali eterni e la sua segreta tristezza, ci parla invariabilmente di un passato, di una partenza, di un Altrove raggiante, di pace, e del giorno in cui ne fummo allontanati. E senza questa memoria di una ferita ormai indimostrabile, di questo lutto in sogno, esodo e frontiera perduta, forse non si può “scrivere”. Perché scrivere, quando non si giochi, è proprio questo: cercare ciò che manca, dappertutto – bussare a tutte le porte – raccogliere tutte le voci di un evento che ci ha lasciati, e quando non le voci, i silenzi – scritti in ogni corteccia d’albero, in ogni dura pietra, quando non pure nelle risuonanti, sempre uguali narrazioni del mare.

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